Le «donne epidemia» di Boko Haram

La storia delle annoba rapite e rese schiave dai miliziani dello Stato Islamico. Quelle che tornano alla libertà vengono evitate dai membri del loro villaggio perché considerate portatrici di sventure.

boko-haram-videoLe chiamano annoba che in nigeriano significa contagio. Donne maledette insomma. Maledette due volte. La prima per essere finite nelle mani dei jihadisti di Boko Haram. La seconda per essere sopravvissute riuscendo a tornare a casa. Per loro non ci sono pianti di gioia o feste di bentornato. Per queste donne che hanno vissuto sulla loro pelle le barbarie degli alleati del sedicente Stato Islamico esiste solo un nuovo calvario: quello dell’odio e dell’indifferenza.

LE DONNE DEL CONTAGIO
Dal 2013 oltre duemila donne sono state rapite dai villaggi. In poche hanno fatto ritorno a casa. Stessa sorte è toccata alle 200 studentesse sequestrate a Chibok nell’aprile del 2014. Di loro non si è saputo più nulla. Solo che sono state divise, vendute per poche monete, distribuite come mogli di Boko Haram tra Nigeria, Camerun, Niger e Ciad. Ecco cosa le donne del contagio sono costrette a subire giornalmente. Ma scappare alla fine è la scelta migliore? Anche se davanti si prospetta una vita di emarginazione e insulti?

RITORNO ALLA VITA
Ma davanti alla possibilità di scegliere tra una ghettizzazione a vita e l’obbligo di essere schiave dei combattenti dell’Isis la risposta è abbastanza scontata. Ma il trauma può essere anche maggiore se in grembo o per mano si porta il figlio della follia jihadista. Tanto che nel rapporto sulle «donne epidemia», International Alert e Unicef riportano le parole di una ragazza schiava dei miliziani di Boko Haram: «Quando ci penso provo angoscia e mi chiedo: ‘Si comporterà come uno di loro?’».

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , , Data: 22-02-2016 12:08 PM


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