«Così salvo i giovani islamici dall'Isis»

di Giovanna Pavesi
Intervista a Latifa Ibn Zatien, madre di uno dei soldati rimasti uccisi nell'attentato del 2012 di Tolosa. Ora è un'attivista che si batte per strappare i ragazzi delle banlieue dalle mani di Daesh.

latifa ibn zatienIzards è una periferia come le altre: le abitazioni e i palazzi si somigliano tutti, condividono miseria e anonimato. Il cielo grigio delle banlieue si confonde con il colore delle case che, abbandonate ai fantasmi della povertà e dell’emarginazione, accolgono e custodiscono storie di vita complicate. Ai limiti. Les Izards-Trois Cocus, quartiere popolare di Tolosa, ha visto crescere tanti ragazzi, come fossero figli suoi: per molti di loro, l’isolamento ha avuto la meglio, spingendoli negli ingranaggi della criminalità o del fanatismo; il ghetto li ha travolti fino a fargli credere che le uniche vie d’uscita fossero la rabbia e la vendetta.
La storia di Mohammed Merah, un ragazzo francese di origine algerina, è iniziata in questo quartiere degradato, che ha inghiottito prima la sua infanzia e poi la sua adolescenza; arrestato più volte per piccoli reati, contava già alcuni mesi di reclusione, nonostante la sua giovane età, e le autorità lo tenevano sotto controllo a causa dei suoi continui contatti con cellule terroristiche.

Mohammed Merah.

Mohammed Merah.

L’ATTENTATO
Non aveva ancora compiuto 24 anni quando, nel marzo del 2012, con fredda lucidità uccise sette persone negli attentati di Tolosa-Montauban. Gli attacchi si verificarono in tre giorni diversi: quella follia si portò via le vite di tre soldati di origine maghrebina e di quattro civili di una scuola ebraica. Merah aveva scelto quei tre militari per il coinvolgimento della Francia nella guerra in Afghanistan. Si definiva un mujaheddin.
La sua prima vittima, uccisa l’11 marzo, si chiamava Imad Ibn Ziaten ed era un paracadutista francese di origine marocchina: con l’inganno, Merah lo aveva contattato per acquistare la sua moto ma, una volta giunto all’appuntamento, il giovane terrorista aveva aperto il fuoco su di lui.
Secondo le ricostruzioni, al momento dell’omicidio, Merah avrebbe gridato: «È questo l’Islam fratello mio: tu uccidi i miei fratelli e io ti ammazzo».

UNA MADRE DEFUNTA
Ma Latifa Ibn Ziaten, la madre di Imad, musulmana praticante, giura che non sia affatto questo l’Islam: «Nessuna religione ordina di uccidere gratuitamente un innocente». Latifa è arrivata in Francia all’età di 17 anni: qui ha trovato la sua indipendenza, ha costruito la sua vita e la sua famiglia, è rimasta figlia del Marocco e ha perso Imad per mano di un fanatico.
Questa madre musulmana, con il volto incorniciato dall’hijab e con gli occhi scuri, dopo gli attentati si è recata a Izards, per osservare con i propri occhi il luogo che aveva visto crescere l’assassino di suo figlio.
Dopo la morte di Imad, Latifa ha convertito la sua sofferenza in aiuto a tutti quei giovani abbandonati al degrado e all’isolamento: dal 2012 frequenta tutti gli angoli più bui della Francia, le periferie e le prigioni, e parla a tutti quei ragazzi che ci sono ma che la società non vuole vedere né ascoltare. Ragazzi senza speranza e senza prospettive stritolati dalla povertà, dalla disoccupazione e dal fanatismo. Ha fondato l’Associazione Imad Ibn Ziaten pour la Jeunesse et la Paix, per redimere tutti i ragazzi soli e incattiviti. A sentire le loro storie ora c’è lei, convinta che l’educazione e l’ascolto possano salvarli.

Latifa-Ibn-Ziaten-appelle-Hollande-a-l-aideDOMANDA: Signora Ibn Ziaten, Mohammed Merah, all’epoca dei fatti, aveva 23 anni: come può un ragazzo della sua età aver maturato così tanto odio da premeditare un attentato dai contorni così inquietanti?
RISPOSTA: Ha avuto un passato pesante. È stato abbandonato a se stesso, è sempre stato solo ed è cresciuto in un contesto familiare a stretto contatto con il fondamentalismo; pare che la sua famiglia tenesse molto ad avere un ruolo importante in questi progetti terroristici. Merah non aveva futuro né avvenire e la sua giovane età era un punto morto per lui. Se la criminalità organizzata non l’ha fatto. È il terrorismo che l’ha assorbito.
D: Che cosa intende?
R: Molti giovani adolescenti lasciano la Francia pensando di andare a condurre buone azioni in Siria. Quando si rendono conto della realtà è troppo tardi. Ciò che posso dire è che Mohammed Merah era nella fascia d’età in cui si è alla ricerca di una nuova speranza di vita. Che non aveva.
D: Imad è stata la prima vittima di Merah. Come ha reagito, da donna di fede musulmana, una volta saputo che aveva giustificato l’assassinio di suo figlio in nome di Dio?
R: Merah, attraverso le sue azioni e i suoi gesti, ha innescato il meccanismo dell’ideologia dell’odio contro la Francia, un Paese che per me significa libertà e uguaglianza. Tutto ciò che il terrorismo rifiuta. Ho cercato di comprendere perché fosse morto proprio mio figlio e ho cercato di indagarne le cause. Oggi provo ad aiutare coloro che hanno causato la mia sofferenza e il mio dolore: voglio riabilitarli, facendo in modo che non diventino una minaccia per nessuno.
D: Come riesce a far distinguere il bene dal male a chi cresce emarginato, magari in una periferia?
R: Rinascere dalle proprie ceneri è un lungo processo individuale poiché ciascuno ha la propria storia, la propria vita, dei traumi che bisogna trattare e curare. Credo comunque che questo succeda grazie alla volontà di uscire da questo vortice e di accettare di farsi aiutare. Nasce proprio da qui il progetto della mia associazione: con l’aiuto dei comuni sono riuscita ad entrare nei centri sociali di quartiere che potrebbero aiutare i genitori, i ragazzi e orientarli verso un approccio costruttivo. Guarire dal proprio malessere per diventare una persona migliore è già un buon punto di partenza perché significa accettare, con consapevolezza, di capire che cosa sia il male per tendere verso il bene.
D: Che cosa ha provato quando, per la prima volta, entrando a Izards, le persone dipingevano Merah come un martire?
R: Ho provato molta tristezza e molto dolore, anche perché questi giovani adolescenti hanno segnato la mia nuova vita, ovvero quella di una madre defunta ma anche di una militante per la pace. Lo sono diventata perché ciò che mi è successo mi ha permesso di prendere coscienza che anche loro erano vittime di una disperazione alimentata dalle condizioni in cui vivevano. In ogni caso, questi ragazzi mi hanno uccisa una seconda volta dopo aver scandito che Merah era stato un eroe dell’Islam.
latifa_ibn_zitaen-maxpppD: Come hanno reagito quando ha svelato loro la sua identità?
R: Quando mi sono presentata come la madre del soldato assassinato, mi hanno vista e percepita come una madre, che poteva essere la loro, e si sono scusati con me. Quel giorno mi sono ripromessa di aiutarli e di aiutare coloro che sono la causa della mia sofferenza. Sono diventata la madre di questi poveri ragazzi lasciati soli.
D: Ritiene l’educazione uno strumento fondamentale per salvare questi ragazzi?
R: L’educazione è la base della costruzione dell’individuo fin dalla sua più tenera età: se quella manca, il bambino si sente legittimato a cercare altrove ciò che gli manca, ad attingere al mondo esterno che è diventato estremamente pericoloso. Educare è nutrire, ‘armare’ contro tutte le minacce esterne che possono mettere in pericolo chi si sta ancora formando, serve un ‘firewall’ (una rete di protezione del computer, ndr) che lo protegga. Educare significa anche conoscere, analizzare, fornire senso critico e costruire una persona che sia utile alla società, in grado di trasmettere ciò che gli è stato insegnato. A noi genitori viene affidato il compito di vigilare in questo processo di trasmissione. Non tocca alla società educare i ragazzi: si comincia a tavola.
D: Perché l’educazione è così importante?
R: Perché l’educazione è un’eredità importante del nostro patrimonio familiare ed è profondamente legata all’affettività e al rispetto dell’altro.
D: Numerosi attentatori, tra cui anche quelli legati agli attacchi a Parigi del 13 novembre e di Charlie Hebdo, sono giovani di ‘seconda generazione’ nati e cresciuti in Europa: la politica ha delle responsabilità?
R: Spesso questi attentatori sono giovani che hanno smesso di cercare un futuro, sono cresciuti senza una struttura familiare equilibrata e vivono in una precarietà sociale che non gli permette l’apertura verso gli altro. Paura e mescolanza sociale sono un buon vivaio per il reclutamento di ‘carne da cannone ignorante’, pronta a sacrificare la propria vita per una ideologia che loro pensano gli farà guadagnare il Paradiso. Osservo un’assenza di speranza in loro e noto che si chiudono in questo oscurantismo che li porta verso quel cammino di odio per noi, i cosiddetti miscredenti.
D: La società li esclude?
R: Incontro molti giovani che si allontanano volontariamente perché si sentono a loro volta scartati da questa società. È necessario aprire questi ghetti che sono diventati delle zone senza diritti e nelle quali si sono create queste forme di reclutamento per le partenze verso la Siria. Un giorno dei ragazzi mi hanno detto: «Quando voi chiudete la serratura dei topi in gabbia loro finiscono per essere rabbiosi». Questa è la sindrome che oggi la Francia deve sanare e non propagare.
D: Questi giovani si lasciano sedurre e plagiare da queste organizzazioni terroristiche perché si trovano ai margini?
R: Cercano in tutti i casi di dare un senso alla propria vita. Se la società non ha giocato un ruolo importante per inserirli, e non parlo di integrazione perché questi sono ragazzi francesi, allora loro deviano e provano a percorrere una strada più ‘spirituale’ per distinguersi dagli altri: quando arrivano in questa fase sono sensibili alle prediche e ai sermoni dei guru che incontrano. Inoltre ritengo che servano più controlli nella formazione degli Imam, perché hanno una pesante responsabilità nella loro visione dell’Islam e della modernità.
D: Come ha reagito, da musulmana, all’indomani degli attacchi di Parigi, quando gran parte dell’opinione pubblica ha accusato l’intera comunità islamica di essere, di fatto, collusa con i terroristi del Daesh?
R: Ho reagito. Era necessario che lo facessi, per quella maggioranza silenziosa di una popolazione musulmana che non ha niente a che vedere con quei terroristi. Questi ultimi hanno preso l’Islam in ostaggio e diffuso un’immagine, un messaggio di propaganda, con il fine di provocare una guerra che non si cerca affatto. La nostra religione professa pace e amore e non ha niente a che fare con questi assassini che si fanno passare per musulmani. Loro non sono musulmani, ma criminali che vogliono diffondere lo scompiglio, il turbamento e la paura nelle nostre menti. A noi il compito di essere vigili e di restare uniti di fronte a questa ideologia dell’odio che seduce alcuni dei nostri giovani e che ignora i precetti della nostra religione.
D: Intervenendo alla tv francese ha affermato di sentire, tuttora, molti ragazzi, soprattutto all’interno di penitenziari, definire l’assassino di suo figlio un martire dell’Islam. Come mai è così complicato scardinare certe convinzioni?
R: La copertura mediatica del boia è eccessiva e il fatto che sia stato arruolato grazie alla sua capacità di uccidere freddamente e anche facilmente, inevitabilmente colpisce. È come per i videogiochi di guerra, dove si uccide facilmente: è una forma di idolatria. La realtà della prigione è, evidentemente, più complicata poiché è una micro-società dove regnano delle tensioni maggiori. Molti di loro desiderano vendicarsi della loro detenzione e in quei casi è troppo tardi per aiutarli.
D: Cosa vorrebbe chiedere all’assassino di suo figlio se fosse ancora in vita?
R: Perché ha scelto proprio mio figlio? Com’è divenuto ciò che era diventato? Togliere la vita a degli innocenti fa di te un buon musulmano? È mai riuscito a percepire amore nella sua vita?.
D: Hai mai avuto la tentazione di cedere all’odio e al rancore?
R: All’odio no, alla collera sì e ho finito per perdonare questo giovane uomo perché noi siamo vittime del nostro contesto di vita. Non siamo noi a controllare tutto, non siamo noi a scegliere di nascere in una determinata famiglia o in un contesto sociale particolare. Ciò che io non accetto è quello che è diventato e il crimine che ha commesso uccidendo quegli innocenti.
D: Lei è in collera con Dio per la perdita di Imad?
R: È la volontà di Dio ed è il destino di mio figlio. Che Dio protegga la sua anima e che mio figlio riposi in pace.

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