L'Ucraina e i suoi figli perduti

Che fine hanno fatto i 158 soldati scomparsi dopo la battaglia di Ilovaisk, durante la guerra del Donbass? È la domanda che, da oltre un anno e mezzo, angustia decine di madri.

3000366 morti, 429 feriti, 128 prigionieri. E 158 soldati scomparsi. Sono i numeri della disfatta che, nell’agosto 2014, vide l’esercito ucraino soccombere alle forze ribelli della Repubblica Popolare di Donetsk (DNR), nel corso della guerra dell’Ucraina orientale. Il 29 agosto i comandi ucraini, riconosciuta la sconfitta, si accordarono con le forze nemiche per permettere alle proprie truppe di potersi ritirare dalla città di Ilovaisk con la garanzia che non avrebbero subito attacchi. Quello che accadde in seguito, ancora non è chiaro. Ma la versione più accreditata è che i ribelli tradirono il patto, e diedero il via a un vero e proprio massacro. A mesi di distanza da quei fatti, decine e decine di madri non conoscono ancora la sorte toccata ai loro figli.

DUE MADRI UNITE NEL DOLORE
Lily Hyde si è recata in Ucraina per conto del The Guardian, dove ha incontrato alcune di queste madri. Come Yadviga, madre del 21enne Andrey Lozinsky. O Svetlana, madre di Artyom Kalyberda. Entrambe hanno sentito i figli l’ultima volta per telefono, poche ore prima di perderne definitavamente le tracce. Le due donne non si conoscevano, ma negli ultimi mesi hanno portato avanti una battaglia comune a loro e a tante altre donne che chiedono a gran voce di conoscere la verità. Ma non è semplice. Da una parte, chi dovrebbe indagare accampa scuse, rimanda, risponde in maniera evasiva. Dall’altra, non esistono registri che tengano traccia di quanto successo a questi uomini. I corpi di alcuni di loro sono stati trovati e seppelliti dalle rispettive famiglie, eppure ufficialmente sono ancora scomparsi, dimenticati dalla burocrazia.

300 CADAVERI SENZA NOME
Yadviga sperava per suo figlio Andrey in un futuro da astronauta. Ma, nel settembre 2014, si ritrovò a cercare di riconoscere il volto di suo figlio tra le foto di oltre 300 cadaveri. A volte intatti, ma spesso dilaniati, ridotti a poco più di un cumulo di carne e ossa. E tutti senza identità, senza età, niente di niente. Un esercito di fantasmi. Eppure, sia Yadviga sia Svetlana erano sicure: i loro due figli, tra quei cadaveri, non c’erano. Che fine avevano fatto allora? Erano stati catturati o erano ancora in fuga, magari nascosti tra macerie e trincee?

VIAGGIO ALL’INFERNO
Nei mesi successivi, Yadviga e Svetlana postarono online alcune foto dei loro figli, sperando che qualcuno potesse riconoscerli. Ma, così facendo, la prima cosa che ottennero fu attirare le attenzioni di truffatori e sciacalli, pronti a estorcere loro ingenti somme di denaro promettendo di riportare indietro Andrey e Artyom. Sul finire di dicembre Yadviga conobbe Irina, una tassista originaria di Donetsk che si propose di accompagnarla in auto nella zona in cui suo figlio era stato catturato o ucciso. La prima cosa che videro, fu che il percorso attraverso il quale i soldati ucraini avrebbero potuto ritirarsi senza dover temere alcun agguato, era in realtà devastato e annerito dai bombardamenti. Yadviga decise di rivolgersi direttamente al leader della DNR, che però rispose agli interrogativi della donna chiedendole perché aveva permesso al figlio di combattere per i «fascisti ucraini». Anche la DNR, però, al pari dell’Ucraina, non aveva alcuna documentazione che registrava nomi e generalità dei morti e dei prigionieri.

CHI SI ARRENDE, CHI CONTINUA A CERCARE
Più delle fonti ufficiali, però, poterono i social. La storia di Yadviga si intreccia con quella di Sveta e di suo figlio Maxim, che riuscì a connettersi a internet e a mettersi in contatto con la madre, raccontando che, insieme a lui e molti altri prigionieri, c’era anche Andrey. Ma il luogo di prigionia rimaneva segreto. Intanto, il confronto del Dna continuava a fornire dati parziali a Yadviga, ma le foto dei corpi che le venivano sottoposte sembravano non combaciare mai con il ricordo che aveva di suo figlio. A Svetlana, invece, fu indicato il cadavere numero 3210: secondo un primo esame parziale del Dna, poteva essere quello di suo figlio Artyom. Dopo mesi di ulteriori indagini, nel luglio 2015 Svetlana si convinse che quello era il cadavere di suoi figlio, e lo riconobbe ufficialmente, celebrandone il funerale. Yadiga si sentì tradita, e si convinse che, alla fine, Svetlana aveva ceduto per incassare l’indennità riservata alle famiglie dei soldati caduti. Ma, in realtà, Svetlana raccontò che aveva riconosciuto il figlio dall’impronta dentale, più che dal Dna e dalla foto del cadavere. Lena, la sorella di Artyon, spiegò così quello che provava: «Il nostro guerriero era comunque il figlio di qualcuno, e qualcuno lo sta cercando. È meglio che venga identificato: nemmeno un soldato deve rimanere sconosciuto».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 03-02-2016 06:12 PM


Lascia un Commento

*