«Noi, madri surrogate, non siamo schiave»

La storia della 38enne canadese Jamie, che ha raccontato come ha aiutato una coppia omosessuale italiana a diventare genitori: «Ho sempre sognato di fare qualcosa per gli altri. Cosa c'è di diverso dalla donazione di organi?».

ImmagineSi chiama «maternità surrogata», nella sua accezione più critica «utero in affitto». Permette a una donna di provvedere alla gestazione e al parto per conto di una persona o una coppia sterile, che si occuperà di crescere il nascituro. Gli oppositori la chiamano sfruttamento del corpo, nuova schiavitù femminile, businness. Ultimo l’emendamento all’articolo 5 sulle unioni civli l’ha definita un reato da punire «con la reclusione da sei a dodici anni e con una multa da seicento a un milione di euro». Ma la maternità surrogata, per chi sceglie di diventare ‘madre’ in questo modo, è molto altro. È un atto di amore, di altruismo. Come per Jamie, 38enne canadese, ha raccontato a Vanity Fair la sua storia.

«VOLEVO FARE QUALCOSA PER GLI ALTRI»
Sono sposata da 19 anni e ho tre figli adolescenti», racconta Jamie, «lavoro full time per il governo locale della mia città, Orangevale in California, ho sempre sognato di poter fare qualcosa per gli altri quando ero più giovane e dopo essere diventata madre, ho pensato con consapevolezza alle coppie che non possono avere figli». Jamie, Ferdinando e Andrea sono stati messi in contatto da un’agenzia che si occupa di mettere connettere donne disponibili alla gestazione per altri con coppie che vogliono avere figli. Alla portatrice viene corrisposto un compenso che varia di Paese in Paese. Attraverso una serie di analisi, telefonate, incontri, le persone si conoscono e hanno modo di confrontarsi.

«A VOLTE SERVE L’AIUTO DELLA SCIENZA»
«È come fare nuove amicizie e scoprire ciò che all’altro piace oppure no. Ho coinvolto completamente la mia famiglia, volevo che mio marito fosse consapevole del percorso che avremmo affrontato e ho spiegato ai miei figli che avrei aiutato una coppia a diventare genitori, perché non sempre il corpo di una donna funziona alla perfezione e in altri casi esistono famiglie composte da due mamme o due papà, che si amano profondamente ma hanno bisogno dell’aiuto della scienza e di un’altra donna per avere figli. Era fondamentale, per me, che i miei figli capissero che non stavo dando via i miei bambini», continua il racconto.

TESTIMONE DI NOZZE CON LA DONATRICE DI OVULI
Ma come si affronta una gravidanza sapendo che dopo il parto quel figlio con crescerà con te? «Fin dall’inizio del percorso di gestazione sapevo che quel bambino non sarebbe stato mio figlio. Come portatrice, sei parte fondamentale della gestazione, ti sottoponi a molti controlli medici, puoi esprimere opinioni su tutto ciò che riguarda la gravidanza, per me però il fine ultimo, il desiderio più grande, era vedere il bambino che avevo dentro di me tra le braccia dei suoi papà», ha spiegato ancora Jamie. Subito dopo la nascita di loro figlio Pietro, Andrea e Ferdinando si sono sposati in California. Alle nozze Jamie ha partecipato come testimone insieme alla donatrice degli ovuli che hanno permesso a Pietro di nascere.

«SONO UNA MADRE, NON UNA SCHIAVA»
Le donne che si scelgono di affrotare la maternità surrogata non sono schiave, spiega Jamie. Nè sono complici di un reato. «Se vogliamo che la nostra società migliori dobbiamo amarci e rispettarci a vicenda, comprendendo anche che ci sono famiglie che non posso concepire i figli in maniera naturale, la gestazione per altri può essere una bellissima soluzione, molto più che necessaria. Sono adulta, una madre, una donna in carriera, non sono una schiava. Non c’è niente di diverso dalla donazione degli organi per salvare la vita di qualcuno, in ciò che ho fatto, sono una donna sana che ha scelto di aiutare altri a diventare genitori. Per esserlo non è necessario essere una madre e un padre, possono esistere anche due mamme e due papà».

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Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 27-01-2016 08:12 PM


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