Il lager delle «non conformi»

di Matteo Innocenti
È stato ignorato per decenni, ma il campo di concentramento di Ravensbrück, a Nord di Berlino racconta un'altra faccia della persecuzione nazista: quella ai danni delle prigioniere «asociali» di sesso femminile.

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, data in cui tutto il mondo ricorda le vittime dell’Olocausto. Auschwitz-Birkenau, Treblinka e Dachau sono nomi ricorrenti quando si parla di Shoah, mentre sono in pochi a conoscere le vicende di Ravensbrück, lager dove persero la vita circa 50 mila persone. È tra i meno ricorrenti nei racconti dei sopravvissuti, come se la sua storia fosse rimasta avvolta dalle nebbie delle campagne della Germania orientale e nascosta tra i boschi a nord di Berlino, dove fu costruito a partire dal novembre 1938. Eppure ebbe una particolarità: fu l’unico grande lager in territorio tedesco destinato alla «detenzione preventiva» femminile.

LA STORIA NASCOSTA
A 90 chilometri a nord di Berlino, capitale del Terzo Reich, si consumò la personale lotta di Hitler alle donne «non conformi». Il lager di Ravensbrück non era stato concepito per la deportazione degli ebrei, quanto per ospitare quelle che per il Führer erano i rifiuti della perfetta società nazista: tra le «asociali» a cui serviva un posto a parte c’erano prostitute, zingare, vagabonde, criminali, indigenti, disabili e, in misura minore, oppositrici politiche. Ma c’erano anche ariane accusate di aver violato le Leggi di Norimberga, colpevoli di aver avuto rapporti sessuali con gli Untermensch, i sub-umani inferiori ai tedeschi. Poche, tutto sommato, le donne deportate perché ebree, attorno al 10% del totale. In tutto, da qui passarono 130 mila donne, provenienti da oltre venti nazioni diverse, e ne morirono 50 mila.

PROSTITUTE DEI LAGER
Le condizioni di vita a Ravensbrück non erano diverse rispetto a quelle degli altri lager: le deportate venivano utilizzate nei lavori pesanti e come cavie per esperimenti, vivevano in condizioni disumane, erano sottoposte a torture fisiche e psicologiche. E alla fine morivano di stenti, giustiziate o, a partire dal 1945, nelle camere a gas. A Ravensbrück le donne furono usate come manodopera nella più grande sartoria per la produzione di vestiario militare tedesco, e il lager forniva il 70% delle prostitute impiegate nei bordelli interni degli altri campi di concentramento. Erano concesse come divertimento agli ufficiali e come premio ai deportati che accettavano di collaborare coi nazisti, ma non era raro che si offrissero come volontarie pur di sfuggire alle condizioni di vita di Ravensbrück. Per le donne che furono liberate il 30 aprile 1945, il terrore non finì nemmeno con la liberazione, perché molte di loro furono violentate dalle truppe sovietiche. E così, il lager di Ravensbrück divenne qualcosa di cui non si doveva parlare.

AUFSEHERIN
Ravensbrück fu il primo lager in cui non solo erano donne le internate, ma anche le loro guardie. Donne normali, almeno all’apparenza, giovanissime in diversi casi, ma che si resero complici di terribili atrocità. Il ruolo di aufseherin attirava soprattutto donne di estrazione sociale medio-bassa. Tra di esse Juana Bormann, guardia che amava slegare il suo feroce pastore tedesco per aizzarlo contro i prigionieri indifesi: fu condannata a morte dopo il Processo di Belsen. Stessa sorte della sadica Irma Grese, detta la «bella bestia», impiccata come criminale di guerra a 22 anni, e della collega Elisabeth Volkenrath. Una delle donne più temute di Ravensbrück fu Hermine Braunsteiner, sovrintendente delle guardie chiamata «la cavalla scalciante» perché uccideva i bambini calpestandoli, spesso sotto gli occhi delle madri. Scoperta dal cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, fu processata nel 1976 e condannata all’ergastolo. Come detto, nel campo di concentramento le deportate venivano usate come cavie per esperimenti: Herta Oberheuser fu l’unica donna imputata nel «processo dei dottori» di Norimberga e lavorava proprio a Ravensbrück.

PER NON DIMENTICARE
Con il passare degli anni, da Ravensbrück transitarono e morirono donne di ogni estrazione sociale: nobili, borghesi benestanti, politiche, intellettuali, artiste. Come l’attivista comunista tedesca Grete Buber-Neumann che, detenuta in gulag nell’Unione Sovietica, fu restituita da Stalin a Hitler e finì proprio a Ravensbrück. Qui strinse una forte amicizia con Milena Jesenská, giornalista ceca e membro della resistenza, nota per essere stata il grande amore (platonico) di Kafka. Morì per una malattia renale nel marzo del 1944, ed a raccontare la sua vita è stata proprio Grete Buber-Neumann, ancora viva al momento della liberazione. Anche una delle più note e attive testimoni italiane dell’Olocausto, Liliana Segre, è passata da Ravensbrück, proprio come Linda Beccaria Rolfi, scrittrice scomparsa vent’anni fa e autrice di vari libri sulla sua permanenza nel lager.

cielo sopra inferno ravensbruckSE QUESTA È UNA DONNA
Per chi vuole approfondire c’è anche Il cielo sopra l’inferno (Newton Compton, pp. 768, 12,90 euro) della scrittrice e giornalista inglese Sarah Helm (il titolo originale If this is a woman omaggia Primo Levi), frutto di sei anni di interviste alle sopravvissute e di lavoro sui diari e le memorie scovate negli archivi dell’ex Germania Est: se di Ravensbrück si sa ancora troppo poco è anche perché per decenni il lager è rimasto oltre la Cortina di ferro, nell’ex DDR. Praticamente irraggiungibile, mentre oggi il campo di concentramento, diventato Memoriale Nazionale già nel 1959, è un luogo della memoria che negli ultimi anni sta ricevendo, per fortuna, sempre più visite. Un altro libro che racconta la Shoah attraverso il punto di vista femminile è Posso stare in piedi, che raccoglie le testimonianze delle donne durante il processo Eichmann.

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