La Shoah raccontata dalle donne

di Francesca Amé
Posso stare in piedi è un libro che raccoglie le testimonianze rilasciate durante il processo Eichmann da madri, figlie, mogli e sorelle colpite dall'Olocausto. La nostra intervista alla curatrice.

maxresdefault2Il processo Eichmann fu il primo per crimini contro l’umanità ad andare in mondovisione. Era il 1961 e in Israele si realizzò, in quattro mesi e 150 udienze, il primo procedimento giudiziario contro un gerarca nazista sulla base delle testimonianze di sopravvissuti nei campi di sterminio.
Alla sbarra c’era Adolf Eichmann, alto funzionario tedesco addetto all’organizzazione delle deportazioni degli ebrei negli anni della cosiddetta «soluzione finale». Il Processo Eichmann non fu un processo militare come quello di Norimberga: fu un evento mediatico seguito dalla stampa di mezzo mondo.

LE TESTIMONIANZE
Tra i resoconti più significativi dell’epoca, quelli della scrittrice Hannah Arendt, inviata per il New Yorker: è pensando a Eichmann e alla sua totale mancanza di etica che la filosofa coniò la celebre definizione  della «banalità del male».
Il 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, nei cinema italiani si proietta The Eichmann Show. Il processo del secolo, un film di Paul Andrew Williams che racconta come questo procedimento giudiziario, anche grazie alle riprese televisive nell’aula, scosse il mondo.

cop huxley il genioIL LIBRO
In Italia c’è una trilogia, pubblicata da Mattioli 1885 e curata da Livio Crescenzi e Silvia Zamagni, che raccoglie tutte le deposizioni in aula.
Il terzo volume, da oggi in libreria, è dedicato alle testimonianze femminili durante il processo:  Posso stare in piedi. 22 deposizioni, 22 vite, 22 storie di donne e delle loro famiglie (Mattioli 1885, pp. 235, 21,90 euro) raccoglie le parole delle sopravvissute all’orrore che, con coraggio, sono intervenute contribuendo con le loro deposizioni giurate al verdetto di colpevolezza dell’imputato (Eichmann fu condannato a morte per impiccagione nel 1962).

Per realizzare questo libro, Silvia Zamagni ha perso ben «più di una notte di sonno». Letteradonna.it l’ha intervistata.

DOMANDA: Posso stare in piedi: perché questo titolo?
RISPOSTA: Al giudice che, davanti al drammatico racconto della morte del padre, invitava una delle testimoni a sedersi, questa rispose con decisione: «Posso stare in piedi». La frase è il simbolo della forza e del coraggio che tante ebree ebbero nel ricordare pubblicamente i loro drammi personali.
D: Perché è importante conoscere le parole delle sopravvissute?
R: Non ha senso una lettura ‘di genere’ della Shoah. La ‘banalità del male’ riguarda l’umanità intera, ma va detto che in molte deposizioni femminili emerge una doppia atrocità: quella subita da tutti coloro che furono vittima delle leggi razziali e quella subita dalle donne in quanto donne.
D: Perché il Terzo Reich odiava così tanto le ebree?
R: Erano le donne, con il loro potenziale creativo, la peggiore minaccia alla soluzione finale.
D: Le 22 testimonianze femminili del processo Eichmann sono molto diverse tra loro: parlano ebree tedesche, ungheresi, polacche. Ci sono donne colte, come la prima laureata in farmacia, e altre di umile estrazione. Lei ha studiato a lungo gli atti processuali: che cosa accomuna tutte le testimoni?
R: Il racconto degli affetti. Lo strazio maggiore per le donne che subirono deportazioni e violenze è l’essere sopravvissute ai loro cari, specie ai figli.
D: Leggere oggi i loro racconti, a 55 anni di distanza, che valore ha?
R: Serve a vedere queste donne non solo come delle vittime. Furono spesso eroine.
D: In che senso?
R: Tra le testimoni che si presentarono al processo ci furono anche attiviste della Resistenza: non dimentichiamo che furono donne le protagoniste dei pochi episodi di rivolta nel ghetto di Varsavia e si deve all’acume di alcune di loro la salvezza di molti bambini.
D: Nei campi di concentramento esisteva la ‘sorellanza’?
R: Con quel senso di ironia macabra tipico del Nazismo, a un centinaio di chilometri da Berlino, a Ravensbrück, fu creato un campo di sterminio solo femminile battezzato ‘Campo delle sorelle’. Sappiamo di episodi terribili avvenuti dentro quel campo, dove c’erano molte criminali comuni, spesso prostitute anti-semite. Le testimoni hanno riportato però storie di insperata umanità.
D: La banalità del bene?
R: Sì, e la sua forza. Penso al racconto di una sopravvissuta che negli Anni 60, ai tempi del processo, era già anziana: in aula spiegò che il marito, deportato sui treni della morte, le scrisse in tutta fretta una cartolina di commiato e la gettò dal vagone in corsa. Qualcuno la raccolse e si adoperò con perseveranza per recapitargliela. La donna portò la fotocopia della cartolina davanti al giudice. L’originale, troppo prezioso per rischiare di andare perduto, era custodita a casa, dai nipoti.
D: Qual è la testimonianza che, traducendo gli atti del processo, l’ha maggiormente colpita?
R: Non vorrei fare una hit-parade dell’orrore. Ci sono vicende inimmaginabili come quella di una signora bielorussa sopravvissuta  alla fucilazione sommaria dei familiari, avvenuta in un campo di grano, solo perché il suo corpo fu letteralmente protetto dai cadaveri dei suoi cari.
D: Sono storie difficili da leggere con distacco.
R: Sa che cosa disse il giudice a quella donna che raccontava con dignità e precisione quel dramma indicibile? «Signora, riassuma in fretta perché se è doloroso per lei ricordare, lo è altrettanto e forse ancora più per noi ascoltare».

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