«Pillola abortiva? Solo obiettori stasera»

Il racconto, finito sul New York Times, dell'odissea di Erica, che quando aveva 20 anni si è vista negata in diversi ospedali la prescrizione della ru486. «Perchè i medici possono decidere per me?»

pillolaAveva 20 anni Erica, quando un sabato sera come un altro era a casa con quello che sarebbe diventato suo marito. Hanno fatto l’amore e sfortunatamente il preservativo si è sfilato. Così, in preda al panico, si è recata con il suo compagno in ospedale per richiedere la pillola del giorno dopo. Ma non poteva immaginare quanti ostacoli avrebbe incontrato.

LA STORIA SUL NEW YORK TIMES
«Siamo finiti sul New York Times. Con questo titolo: ‘In Italia l’aborto è legale, ma pochi medici lo praticano’». Il 70 per cento dei medici e degli infermieri, nel nostro Paese, sono infatti obiettori di coscienza. E si rifiutano di prescrivere la ru486, la pillola abortiva. Si rifiutano, in alcuni casi, di prescrivere la Pgd, la pillola del giorno dopo. Qui trovate il racconto pubblicato da Vanity Fair della storia di Erica, oggi 32 anni, che 12 anni fa ha dovuto girare tre ospedali della Lombardia prima di trovare un medico disposto a prescriverle la pillola del giorno dopo.

«AVEVO 20 ANNI E NON VOLEVO UN FIGLIO»
«Li ho conosciuti quegli obiettori, quelli che non solo non applicano la 194 ma si rifiutano di darti la pillola del giorno dopo, che non è nemmeno un farmaco abortivo. Anni fa mi è successa una di quelle cose che succedono a tanti. Ho fatto l’amore con il mio ragazzo e il preservativo si è sfilato. Niente di più comune. Ma avevo 20 anni e nessuna voglia di rimanere incinta, infatti usavamo il preservativo. Quando ce ne siamo accorti siamo andati in panico. Eravamo entrambi giovani e con tanti progetti in testa, il mio primo pensiero era finire l’università».

«CAMBIATE OSPEDALE»
«Era sabato sera e con Marco, oggi mio marito, abbiamo deciso di andare in ospedale e chiedere la pillola del giorno dopo. Alla mia migliore amica era successo un anno prima, era in Francia e le era bastato andare in farmacia. Così, invece di andare a ballare, siamo andati all’ospedale di Monza, ignari di potere incontare dei medici che possono rifiutarsi di dare la pillola del giorno dopo, perché obiettori. Al pronto soccorso dell’ospedale, tra anziani con la tosse e ragazzi ubriachi, abbiamo spiegato tutto all’infermiera di turno che con un mezzo sorriso ci ha detto: ‘Mi dispiace cari, ma la dottoressa è un’obiettrice e non prescrive questo farmaco, provate con un altro ospedale’. E ha aggiunto: ‘Male non fare, paura non avere’. Ma chi era quella donna per parlarci così? Cosa avevamo fatto noi di male? L’amore?», si chiede Erica.

«CHI SONO PER DECIDERE DELLA MIA VITA?»
«Mi sono sentita giudicata, colpevole di qualcosa che davvero non capivo. Sono uscita da quel pronto soccorso e sono scoppiata a piangere. Volevano farmi vergognare per aver fatto l’amore e farmi sentire in colpa per aver chiesto la pillola del giorno dopo, che oltretutto non è nemmeno un farmaco che interrompe la gravidanza, bensì un contraccettivo ‘d’urgenza’. Chi sono queste persone per decidere della nostra vita? Perché hanno deciso di fare i ginecologi, mi chiedo, se si rifiutano di applicare una legge così importante come il diritto di abortire? Se una cosa così mi fosse successa oggi avrei risposto per le rime, ma 12 anni fa mi ha spiazzato e offeso».

«SOLO OBIETTORI STASERA»
«Comunque, erano le 10 di sera, noi avevamo paura che ci saremmo trovati a gestire una gravidanza che non eravamo pronti ad affrontare. Eravamo terrorizzati, forse colpa dell’inesperienza, o forse solo perché è normale a 20 anni avere paura. E poi il primo ospedale ci aveva chiuso le porte. Siamo andati in un altro ospedale, sempre in Brianza, e anche lì la stessa storia. ‘Solo obiettori stasera, riprovate lunedì mattina’. Ma la pillola del giorno dopo, avevo letto, deve essere assunta nelle 72 ore successive al rapporto a rischio e più tardi si prende meno effetto avrà. Non potevo aspettare lunedì mattina».

«DOVRESTE RIVEDERE LE VOSTRE SCELTE»
«Così siamo andati all’ospedale Niguarda di Milano, uno dei più importanti della città. Eravamo sicuri che lì ce l’avrebbero data. Arrivati al pronto soccorso, dopo aver fatto la fila, abbiamo parlato con l’infermiera all’ingresso. Era una ragazza giovane, pensavo ci avrebbe accolti e ascoltati con tranquillità, senza giudizi. ‘Lei lo sa vero che la pillola del giorno dopo non è un contraccettivo‘, mi ha detto. E poi: ‘Lo sa che c’è sempre una percentuale di rischio anche con il preservativo? Per cui se non ve la sentite di diventare genitori vi conviene rivedere le vostre scelte’. Di nuovo giudicata, fatta sentire in colpa e svilita davanti a tutti. E poi ha aggiunto: ‘Comunque stasera c’è un dottore obiettore, riprovi domani’. L’ho pregata in lacrime. Ero disperata. Ma non c’è stato verso».

«LA 194 DOVREBBE ESSERE UN DIRITTO»
«A quel punto siamo tornati a casa e abbiamo deciso di aspettare la mattina dopo. Domenica mattina abbiamo chiamato la guardia medica che ci ha consigliato di parlare con il nostro medico curante, ‘perché sa, sono cose delicate’. Alla fine ne ho parlato a mia madre, anche se non avrei voluto, mi ha dato il numero di un ginecologo che conosceva, sono passata da casa sua e mi ha fatto la ricetta. Guardata male, anzi malissimo, dalla farmacista, 24 ore dopo sono riuscita a prendere la pillola». Erica conclude il racconto:  «Se io mi sono sentita giudicata e respinta in quelle strutture in cui sarei dovuta essere protetta e accolta, e si trattava solo di una pillola che evita un presunto concepimento prima ancora che avvenga, mi chiedo a cosa vengono sottoposte tutte quelle donne che decidono di abortire. La legge 194 è un diritto che non può essere messo in discussione».

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , , Data: 18-01-2016 08:15 PM


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