«Ad Istanbul mi sento sicura»

di Giovanna Pavesi
Eleonora Masi, italiana di origini pugliesi, ci racconta la sua esperienza di vita nella metropoli turca, tra modernità e tradizione. E spiega perché l'Isis non deve farci paura.

eleonora_masiÈ una mattina come tutte le altre. Il freddo, le voci, la frenetica velocità di una metropoli, il lavoro, i turisti e le strade. Piene. Poi, quando la città deve ancora svegliarsi, un boato ammutolisce quel caos così ordinario. È accaduto alle 9 del mattino, il 12 gennaio, nel cuore della metropoli che da sempre storicamente lega l’Oriente all’Occidente: Istanbul. Nel perimetro quasi incantato di Piazza Sultanahmet, una bomba azionata da un ragazzo di ventotto anni ha spazzato via le vite di dieci persone e ha distrutto per sempre la normalità di una delle zone più frequentate dai turisti che arrivano nella vecchia Bisanzio. Nabil Fadli, lucido esecutore dell’attentato, era cittadino siriano. Entrato in Turchia passando la frontiera come migrante, il 5 gennaio ha chiesto asilo politico al paese di Erdogan. A Istanbul si è presentato in un centro di accoglienza per profughi e, come da procedura, gli sono state prese le impronte digitali. Le autorità turche sottolineano che il suo nome non compariva su liste di ricercati e che quel giovane ragazzo, nato in Arabia Saudita, era semplicemente uno dei tanti rifugiati in transito. Il giovane kamikaze è morto senza compiere nemmeno trent’anni e con il suo gesto ha cambiato la vita di molti. Ma non quella di una sua coetanea italiana, che ha scelto la Turchia come sua seconda casa. O, forse, addirittura, come prima.

sultanahmet

La bandiera turca sventola da un ferry boat che collega il lato asiatico al lato europeo. Sullo sfondo, Sultanahmet.

STORIA DI UN’ITALIANA IN TURCHIA
Eleonora Masi ha 25 anni e fa l’insegnante di inglese in un asilo di Istanbul, città in cui si è trasferita nel 2014: «La mia ‘prima volta’ qui risale al 2013, quando questo luogo mi ha stregata: ho iniziato a leggerne la letteratura, la storia tanto che alla fine so quasi più di questo Paese che dell’Italia», dice lei. Eleonora è nata in Puglia ma durante gli anni universitari ha girato mezza Europa: «Ho fatto le cose al contrario: l’Erasmus a Oslo, il lavoro a Istanbul, che io considero la mia prima vera esperienza di costruzione di un futuro all’estero, dopo aver vissuto anche ad Amburgo, in Germania». Nel Nord Europa, che non fa per lei, ha perfezionato l’inglese ma è in Turchia che lo insegna. D’altronde, la richiesta è enorme: «È necessario per relazionarsi con l’altro, sia per turismo che per affari». Dopo l’attacco kamikaze nel centro della città sono stati in tanti a chiederle perché non torna qui. Lei ha provato a spiegarmelo.

cay turco

Un bicchiere vuoto del tipico cay turco che si beve ovunque e in qualunque momento.

DOMANDA: Dove si trovava quella mattina?
RISPOSTA: Ero a scuola, in mezzo ai miei bambini.
D: Quando accade un fatto di questo genere, un attentato, come riuscite ad informarvi?
R: « In quest’ultima occasione, nonostante il blackout mediatico, la versione online in inglese del quotidiano Hurriyet ha seguito l’evento ora per ora in una sorta di live blogging fino alle 5 del pomeriggio. Twitter è certamente una risorsa, ma in queste occasioni rallenta fino a non poterlo utilizzare, ed è questo il famoso blocco di cui tutti raccontano all’estero indignandosi. In un Paese però in cui le vere notizie non trapelano facilmente, i social diventano un’arma a doppio taglio»
D: Perché?
R: Spesso diffondono le peggiori bufale che scatenano panico inutile e caos: molti fatti gravi vengono sminuiti da questo silenzio finché la gente non se ne dimentica.
D: Non le crea problemi vivere in Paese dove esistono oggettive limitazioni alle libertà personali, come appunto quella di informarsi in Rete?
R: Una cara amica spagnola, che conosce bene la Turchia ed apprezza il Paese, sostiene che non riuscirebbe a vivere qui, perché tiene troppo ai diritti umani. Io ne sono consapevole e cerco di stare attenta a non innescare un meccanismo per il quale cominci a pensare che alcune dinamiche siano ‘normali’. È per questo che sulla mia pagina Facebook mi diverto a scrivere le #coseturche.
D: Di che cosa si tratta?
R: Sono post che scrivo per raccontare o denunciare questioni strane, dalle più banali alle più gravi che mi capitano qui. In ogni caso credo che la presenza di noi stranieri sia fondamentale nel costruire un nuovo futuro per questo Paese, che se lo merita.

La folla instancabile di Istiklal caddesi, in una qualunque sera infrasettimanale. Istanbul ha ufficialmente 17 milioni di abitanti, molti di più se si contano immigrati irregolari e turisti.

La folla instancabile di Istiklal caddesi, in una qualunque sera infrasettimanale. Istanbul ha ufficialmente 17 milioni di abitanti, molti di più se si contano immigrati irregolari e turisti.

D: La Turchia è una cerniera che lega l’Est all’Ovest. Come vive una ragazza europea in questo mondo di mezzo?
R: Personalmente credo sia proprio questa la caratteristica che più mi attrae della Turchia. È una commistione molto complicata da spiegare se non la si vive quotidianamente ed è qualcosa di ben diverso dal resto del Paese. Istanbul è come le altre metropoli: c’è lo stesso melting pot, la stessa mescolanza di razze e religioni che si trova in ogni metropoli. Di certo gli islamici prevalgono e questo fa sì che ci siano quartieri molto ‘conservatori’ che accanto ad altri estremamente occidentalizzati. Questi ultimi, paradossalmente, si trovano proprio sul lato asiatico di Istanbul, mentre chi non conosce la città potrebbe pensare il contrario. Passeggiando per Istiklal caddesi, si vede subito che per ogni donna coperta ce n’è una in minigonna. Mentre quando si visitano distretti molto religiosi, come Fatih, è meglio mettere un paio di pantaloni.
D: Questo non la disturba?
R: «Non più di tanto, perché ho consapevolezza culturale della realtà in cui ho voluto inserirmi. Il fascino dell’Europa si sente fra la gente, nel numero crescente di stranieri che si trasferiscono in Turchia per lungo o breve periodo, per lavoro, per studio, per semplice curiosità. L’incontro ed il confronto sono ormai inevitabili. Le ragazze europee, o straniere in generale, suscitano invece la curiosità del ragazzi turchi che le ritengono molto più ‘aperte’ delle ragazze turche. Da yabanci, che in turco significa straniero, si vive prima una sorta di esperienza esotica, poi ci si lascia travolgere dai lati estremamente umani dei valori orientali che forse si sono un po’ persi ad Ovest.

Un ragazzino lancia del pane ai gabbiani durante la grande nevicata di Febbraio 2014. Foto scattata da Uskudar, lato asiatico, Sullo sfondo lo skyline del lato europeo.

Un ragazzino lancia del pane ai gabbiani durante la grande nevicata di Febbraio 2014. Foto scattata da Uskudar, lato asiatico, Sullo sfondo lo skyline del lato europeo.

D: E la vicinanza con la Siria? Non le fa paura?
R: Siamo tutti consapevoli di vivere in un Paese in guerra, ma ad Istanbul si avverte relativamente. Questa domanda avrebbe tutt’altra risposta se vivessi a Gaziantep, Mardin o Diyarbakir, città estremamente vicine al confine dove gli attacchi sono costanti ed è stato imposto il coprifuoco serale.
D: E i rifugiati?
R: Sono due milioni in tutta la Turchia e si incrociano ogni giorno, sono accampati sotto i cavalcavia delle grandi arterie stradali, chiedono l’elemosina sul marciapiedi. Molti di loro sono bambini. Il mio contatto diretto con la Siria è quello con la mia coinquilina siriana che ha scelto di andare via dal suo Paese per motivi personali, molto prima dell’inizio della guerra.»
D: Che cosa le ha raccontato?
R: Le sue storie sono a volte strazianti. A settembre 2015 è tornata in Siria dopo due anni che non vedeva la sua famiglia, che è rimasta lì, nella casa dove è cresciuta, in una cittadina sulla costa ancora non troppo coinvolta. Ci ha messo quasi 24 ore per coprire un tragitto che ne avrebbe richieste due scarse. Mi ha raccontato poi della luce che mancava in alcune fasce orarie, o della grande foresta in cui giocava da adolescente, ora rasa al suolo da un incendio. Ma è qualcosa che ci travolge tutti a livello globale: è una terza guerra mondiale, la differenza sta solo nel fatto che non si combatta in trincea. Oggi è Giacarta (si riferisce all’attentato che ha colpito l’Indonesia, ndr), due mesi fa erano Parigi e Beirut e chissà quante altre città verranno colpite in condizioni, luoghi e momenti apparentemente inaspettati.
D: Lei ha paura del Daesh (altro nome dell’Isis, ndr)?
R: No. Il loro obiettivo è quello di terrorizzarci a tal punto da morire prima ancora di essere ammazzati, modificando la nostra vita in base ai loro avvertimenti. Senza troppi giri di parole, io non cedo. Non per coraggio, né per martirio, ma perché non credo che scappare sia la soluzione, e poi scappare dove? Possiamo tracciare una mappa dei luoghi considerati ‘sicuri’ al momento? Smettere di viaggiare, smettere di programmare il futuro, smettere di vivere secondo le proprie coordinate sarebbe come dargliela vinta definitivamente. È quello che vogliono.

Tramonto estivo mozzafiato sul Corno d'Oro. Uno di quelli che mancano terribilmente appena vai via.

Tramonto estivo mozzafiato sul Corno d’Oro. Uno di quelli che mancano terribilmente appena vai via.

D: Ha mai guardato con sospetto un suo vicino, ad esempio in metropolitano o per strada?
R: Ancora una volta, no. Istanbul è una città che mi fa sentire molto sicura fra la gente, più di Roma se devo essere sincera, dove ho completato i miei studi. L’islamofobia è un sentimento a me del tutto estraneo, altrimenti non mi sarei trasferita qui. Non faccio parte della categoria che storce il naso davanti a un velo e pensa che sotto ci siano le bombe. C’è una tensione globale che porta i più suscettibili (per non definirli ignoranti) al linciaggio violento di chiunque, specie del diverso e, addirittura, del bisognoso, in una situazione di pericolo. È un qualcosa che ad Istanbul non percepisco, proprio perché la carità è un principio troppo importante della religione islamica non estremista.
D: Pensa mai di tornare in Italia?
R: No, perché per adesso non ho un’alternativa su cui costruire la mia vita, che è ciò di cui mi devo occupare giorno per giorno. Per giunta, nel mio caso, il posto più sicuro sarebbe Taranto, dove potrei ammalarmi di tumore a causa dell’inquinamento industriale. Il rischio è ovunque: credo che pensaree che ogni attimo potrebbe essere l’ultimo non sia un male assoluto, se ci spinge a dare sempre il meglio di noi.
D: Si sente turca?
R: Tanto, forse anche troppo. Ho quasi il sospetto di esserlo sempre stata, di avere sangue turco, magari discendo dagli ottomani che conquistarono il Salento. Sul blog Unitalianaadistanbul che condivido con altre tre ragazze italiane, tutte residenti ad Istanbul, mi sono divertita ad elencare le dieci caratteristiche che accomunano turchi e salentini.

La vista da una delle finestre di Aya Sofia, nel quartiere storico di Sultanahmet.

La vista da una delle finestre di Aya Sofia, nel quartiere storico di Sultanahmet.

D: Quali sono?
R: Siamo circondati dal mare; siamo passionali, in amore come nel seguire il calcio; ci piace mangiare bene (infatti la cucina turca riserva quasi solo prelibatezze); siamo ospitali, generosi, lenti (procrastinare è un arte e la burocrazia è un incubo inenarrabile); siamo imprevedibili e non pianifichiamo le nostre giornate in maniera compulsiva; siamo mammoni e siamo furbi, e gli uomini si somigliano molto. Perciò, non ho avuto molto da imparare. Mi capita spesso di paragonare fatti di cronaca o perfino dei film in cui si descrivono situazioni che potrebbero accadere sia in Italia che in Turchia.
D: Dov’è il suo futuro?
R: Per adesso qui, ma so che potrei cambiare idea perché è questa la fortuna e al tempo stesso la condanna della nostra generazione con tanti sogni, troppe aspettative e senza posto fisso. Il mio futuro sarà dovunque potrò essere felice.
D: Quindi l’amore per Istanbul potrebbe finire?
R: Il mio amore per questa città è patetico e smielato. È una relazione contraddittoria che assomiglia a quel sentimento da cui non potrai mai guarire. È come se sotto sotto sapessi che ‘non mi fa bene’ stare qui, ma non riesco a separarmene. A volte mi atterrisce, mi sfinisce e sento il bisogno di allontanarmene per qualche giorno. Ma poi ho nostalgia dei suoi tramonti, dei suoi odori, dei suoi suoni. E mentre sono ancora all’aeroporto di Ataturk, già vorrei tornare indietro. Perché quasi mi preoccupo che, voltandole le spalle, questa specie di sogno che mi ha rapita possa svanire come un incantesimo.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , , , , Data: 15-01-2016 11:56 AM


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