E se dietro le sbarre ci foste voi?

di Giovanna Pavesi
Intervista a Nadia Bizzotto, che dall'incontro con Don Oreste Benzi segue i detenuti. «I carcerati vanno amati, non sono gli errori che hanno commesso. Gli ergastolani? Persone come noi».

Natale 2013Gli occhi di Nadia hanno incrociato centinaia di sguardi: quelli rassegnati degli emarginati, persi in una vita che non è stata sempre clemente con loro, quelli disperati di chi non ha più nulla e quelli di chi si è perso. La casa di Nadia è in Umbria anche se lei è nata in Veneto. A portarla nella terra di San Francesco è stato un percorso che sembrava già tracciato quando, a 21 anni, un brutto incidente stradale l’ha costretta su una sedia a rotelle. «Credo di essere nata sapendo che avrei avuto un destino particolare», dice lei, che parla di una vita intrecciata a quella degli ‘ultimi’, che spesso la collettività non vuole vedere.

UN ANGELO CUSTODE PER CASO
Nadia Bizzotto la sua strada, dopo tanto vagare, l’ha trovata grazie a Don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, che dagli anni Settanta accoglie chi vive ai margini della società. Una Comunità che iniziò a seguire negli anni Novanta, quando l’associazione di Don Benzi era tra le popolazioni in guerra nella ex Jugoslavia: «Non riuscivo a capire perché delle persone ‘normali’ andassero in mezzo a questi popoli (su entrambi i fronti, ndr) solo per stare con loro. Non comprendevo questa follia ma ne ero affascinata». Il suo primissimo contatto diretto con l’associazione fu una sera alla Capanna di Betlemme, dove la notte trovano riparo e cibo caldo tutti i senzatetto della stazione di Rimini. Da quel momento, il legame si è fatto indissolubile: Nadia ha trascorso sei mesi con una comunità di romanì in un campo nomadi e ha passato decine di notti in strada tra ragazze costrette a prostituirsi. Oggi è responsabile di una delle tante realtà d’accoglienza dell’associazione, ma grazie ad alcuni progetti è diventata portavoce dei «cattivi e colpevoli per sempre»: i detenuti.

DOMANDA: Come si redime un assassino?
RISPOSTA: Domanda difficile. Noi partiamo dal presupposto che l’uomo non sia il suo errore. Una persona resta una persona, con una sua dignità che mantiene in quanto portatore di un valore umano unico. Se al male si aggiunge altro male lo si moltiplica. Un assassino non si può redimere con la punizione. Chi ha commesso dei reati va fermato per evitare che ne compia altri e per cercare di fargli capire dove ha sbagliato, ma credo che chi ha fatto del male vada prima di tutto amato. Credo sia necessario concentrarsi sul bene che manca e che c’è dentro ogni persona, anche quella che ha compiuto i gesti più efferati.
D: E quando un ‘peccatore’ si sente amato che cosa succede?
R: Quando un detenuto si rende conto che non è soltanto l’errore che ha commesso ma che porta dentro anche qualcosa di buono e che addirittura può diventare una risorsa per gli altri, allora è portato a fare una revisione critica dei suoi gesti. Questo non accade con l’isolamento, con le punizioni, le torture, le botte. Don Oreste diceva: «Quando uno ha compreso il male che ha fatto, ogni giorno di galera in più è un giorno sprecato per il bene dell’umanità», perché l’essere umano è sempre una risorsa. Per tutta la società.
D: Quanto riesce a rieducare il carcere in Italia?
R: Il carcere, nelle modalità in cui oggi viene fatta scontare la pena, non rieduca. Chi termina la sua pena dietro le sbarre nell’80% dei casi torna a delinquere. Alcuni mi hanno detto: «Sono entrato che ero un povero Cristo, esco che sono un delinquente incallito». Punire per il solo gusto di punire non giova alla sicurezza della società, perché riporta fuori delle persone che si sono incattivite, che si ritrovano imbruttite e che quindi, una volta uscite, tornano ad essere dei criminali.
D: Come si recuperano le vite dei detenuti?
R: Nelle nostre strutture, quando accogliamo persone in misura alternativa al carcere, capita molto spesso che decidano di rimanere nonostante abbiano scontato la loro pena, perché sono stati a fianco di bambini in difficoltà o giovani con problemi di tutti i tipi. In quelle occasioni hanno potuto dare. Quando si riscoprono risorsa per gli altri allora scatta in loro il desiderio di cambiare vita. Infatti, per chi finisce la pena fuori (per esempio nelle nostre strutture), la recidiva non supera il 10% che è lontana dalla statistica nazionale (80%, ndr). La comunità lancia il messaggio «meno carcere, più sicurezza», che sembrerebbe paradossale ma invece è questione di logica: tanto carcere non ossigena la sicurezza della collettività. Che utilità ha una pena per cui un uomo passa 20 ore al giorno in una cella a non fare niente?
D: «C’è chi la definisce l’angelo custode» dei detenuti: pensa di esserlo veramente?
R: Questo ‘titolo’ mi è stato dato a Spoleto negli anni scorsi da Carmelo Musumeci (ergastolano che da anni si batte per i diritti dei detenuti, ndr), che ancora oggi mi chiama «l’angelo». Penso che alcuni detenuti mi chiamino così perché sono stata una delle prime persone a entrare in carcere e a prendere le loro parti. Siccome i detenuti, quando parlano del carcere si riferiscono sempre a un girone dell’inferno, questa persona ‘buona’, che viene da fuori e che si dà totalmente a loro, viene identificata come un angelo. In realtà c’è anche chi, scherzando, mi chiama ‘diavolo custode’ (ride, ndr), perché ho il mio bel caratterino che mi permette di tener testa a loro e di non averne assolutamente paura, sia in termini di sicurezza che di rapporto personale.
D: Lei si sente un angelo?
R: Io non credo di essere buona, nè buonista. Mi prendo cura di situazioni che in tantissimi ignorano. Il mio ruolo non è di dama di carità o di quella buona per forza. Credo solo che loro, come tutti, abbiano diritto a una speranza e a una possibilità e farò di tutto e per potergliela dare.
D: Riuscirebbe a immaginare la sua vita senza i ‘suoi’ ragazzi?
R: Mi faccio un giorno di galera a settimana perché non posso smettere, perché come diceva Don Benzi: «Chi ha visto non può più far finta di non aver visto».
D: Ha mai pensato di dire basta?
R: A volte vorrei scappare da tanto dolore, da quei volti che settimana dopo settimana ritrovo sempre lì, senza che per loro mai nulla sia cambiato, senza che nessuna prospettiva si sia aperta. Però rimango qui e continuerò ad essere la loro testimonianza fuori, per quelli che non sanno, perché non c’è nulla di più facile che aver paura di ciò che non si conosce.
D: Lei segue e si occupa di tanti ergastolani. Com’è stato il suo primo incontro con loro?
R: Sono entrata nelle carceri in cui altri membri della Comunità portavano avanti progetti di incontro e colloquio con i detenuti. L’8 giugno del 2007 Don Oreste venne per la prima volta nel carcere di Spoleto. Fino a quel momento non avevo mai incontrato ergastolani: conoscevo l’alta sicurezza, persone condannate a pene molto lunghe ma non mi era chiaro cosa fosse veramente un ‘fine pena mai’. Entrai da loro pensando che in Italia l’ergastolo non lo scontasse nessuno, che prima o poi escono tutti.
D: E invece?
R: Invece trovai di fronte a me centinaia di persone in carcere da oltre 30 anni che ci dissero non sarebbero mai uscite vive da lì. Non avevo mai visto i loro volti di uomini: quel giorno erano lì, davanti a me ed erano persone come noi.
D: Chi sono quindi questi ergastolani?
R: Persone che raccontano storie umanissime, fatte di drammi immensi, che non chiedono sconti né si proclamano innocenti. Vogliono soltanto una speranza e qualcuno che porti fuori la loro voce. Finché una persona non parla con loro, e con i detenuti in generale, ha l’idea del cattivo, del mostro, del delinquente, quasi dell’alieno che non ci riguarda. In realtà, quello che io ho sempre trovato sconvolgente entrando in carcere, è stato scoprire che dietro quelle mura e quelle sbarre ci sono delle persone assolutamente normali, come noi.
D: Si spieghi meglio.
R: Io non escludo che se avessi avuto una storia diversa, una vita diversa e delle possibilità diverse, non potrei essere stata al posto loro. Io sono nata nel miracoloso Nord-Est, ho avuto una famiglia normale e sono cresciuta bene, ma se fossi nata in Sicilia? Forse non sarei la brava volontaria che va aiutare gli ergastolani. Probabilmente avrei un padre, un fratello, uno zio in galera e sarei la parente di un detenuto. Il carcere non è un mondo a parte, non è vero che lì ci stanno soltanto gli orchi, i mostri.
D: Lei ha contatti con detenuti le cui storie sono intrecciate con quelle di pericolose organizzazioni criminali. Ha mai avuto paura?
R: No, assolutamente. Il carcere cambia e plasma l’uomo, quindi chi incontri dentro non è mai quello che hai visto sui telegiornali. Mi è capitato di passare tante ore in mezzo a loro: talvolta le guardie carcerarie, che avrebbero dovuto riaprirmi, si dimenticavano della mia presenza e capitava che io stessi anche più del tempo dovuto con i detenuti, che non sono proprio degli ex boyscout. Non mi sono mai sentita in pericolo e non ho mai avuto paura. Chi mi cerca è dentro da almeno 15 anni, per cui il legame con le bande criminali all’esterno è abbastanza reciso.
D: Ma le è mai capitato di provare rabbia per i gesti che hanno compiuto i detenuti?
R: Questa è la domanda che mi mette più in crisi perché mi costringe a dire una cosa che mi è costata tanto. Quando sono entrata in carcere, l’unica cosa che desideravo era di non avere a che fare con coloro che avessero usato violenza sulle donne. Era un limite mio: riuscivo a capire tante cose, cercavo di comprendere i contesti socio-culturali in cui altri detenuti erano cresciuti, ma questo tipo di reato limitava molto la mia apertura nei loro confronti.
D: Poi cos’è successo?
R: Poi mi è capitato di sentire delle testimonianze di persone che avevano compiuto questo tipo di reato e li ho dovuti incontrare, almeno negli incontri collettivi. In quelle occasioni mi sono resa conto di aver percorso il passaggio che spesso si fa fuori, ovvero escludere categoricamente tutti i delinquenti dalla mia testa. Lasciarlo in un altro angolo della mia mente. Ma dovendo affrontare quella situazione ho dovuto pensare che molto spesso ci sono dei problemi psichiatrici e psicologici. Non c’è una scusante sempre, perché c’è in ogni caso una responsabilità personale per il male che una persona ha scelto di fare, tuttavia ho cercato di capire. Non so se ho provato rabbia: sicuramente ho avuto maggiori difficoltà ad andare oltre. Mi sono sforzata di pensare di non avere davanti quello che l’uomo aveva fatto ma di vedere chi era la persona in quel momento.
D: Li ha mai giudicati?
R: Cerco di non farlo. Non sono un giudice quindi non ho il compito di giudicare quanto una persona debba stare in carcere, né sono un educatore che deve stabilire se e quando è stata completamente rieducata. Il mio ruolo è diverso: io cerco di poter lavorare sulla persona che è oggi, cercando di capire l’umanità e la fragilità che ci sono state dietro a determinati atti e perché hanno portato a quel gesto.
D: Cosa le ha lasciato Don Benzi?
R: Devo a Don Benzi il fatto di aver trovato la mia strada dopo tante vicissitudini e dopo tante pene della mia anima. È sempre grazie a lui se oggi mi occupo di questi ‘cattivi’: in realtà sono convinta che questo tipo di poveri, intesi come povertà umana, siano proprio ‘l’eredità’ che mi ha lasciato lui. Don Oreste mi ha lasciato questi poveri da difendere.
D: Come ha trascorso questo Natale?
R: Questo è stato uno dei Natali più felici della mia vita perché, dopo 25 anni, Carmelo (Musumeci, uno degli ergastolani ostativi che segue, ndr) ha ottenuto l’irrilevanza della sua collaborazione che significa che tutto il suo fascicolo è chiaro e quindi ogni sua collaborazione con la Giustizia non servirebbe a niente. Dopo 25 Natali Carmelo ha passato queste festività con la sua famiglia. Questa piccola conquista, dopo anni di lotte e sacrifici, è stato un piccolo risultato per me. Resta sempre l’inquietudine e la tristezza per chi il Natale anche quest’anno se l’è passato dentro. Questo tormento però mi permetterà di non smettere di lottare per loro.
D: Che cosa sognava di fare da grande?
R: A volte me lo chiedo anch’io se è questo ciò che desiderassi da bambina. La vita mi ha riservato delle cose assolutamente imprevedibili e che da piccola certamente non immaginavo. Sognavo tanta serenità, familiarità, pace interiore, quiete e una vita gratificante. Ogni mattina mi sveglio con la voglia di fare qualcosa. La mia è una vita che mi fa sentire viva, per cui sì, in qualche modo era questo quello che volevo. Certo, nei sogni di Nadia bambina non c’era questo, c’era la voglia di girare il mondo ad esempio, ma so di aver realizzato comunque il sogno di una vita piena.
D: Lei è una persona felice?
R: Sono felice perché sento di essere sempre serena. Ogni tanto ci sono delle cose che ci rendono felici, come ci sono delle cose che ci rendono profondamente tristi, ma questo fa parte della vita. Essere felici sempre è impossibile: la vita non è questo: è gioia ma è anche tanta sofferenza. Inoltre, credo non si possa mai essere completamente felici finché non lo sono tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , Data: 29-12-2015 11:23 AM


Una risposta a “E se dietro le sbarre ci foste voi?”

  1. danilo scrive:

    PER UNA SOCIETÀ SENZA CLASSI NÉ PRIGIONI!

    Per realizzare un simile pregno scopo non ci vuol molto. Basta introdurre il tempo determinato in ogni pubblico impiego.

    Così a turno potremo tutti essere parte di quella Res Publica che democrazia vuole sia condivisa, che i cittadini devono poter condividere.

    Se davvero vogliamo realizzare i nostri sogni mettiamo in atto una ARMONICA ROTAZIONE SOCIALE, così da non avere più classi nè prigioni.

    Se invece vogliamo solo giocare a fare i rivoluzionari continuiamo pure così, a lamentarci senza mai arrivare al punto nodale di tutte le cose.

    Il bene comune va condiviso: non ci sono scuse per non farlo. Il pubblico impiego è il primo fra i beni comuni e va condiviso.

    Un mare di persone si ritrovano in carcere solo per via di una società ingiusta, chiusa ed impartecipabile, ordinata e sottomessa da una CASTA di CARRIERISTI PUBBLICI ligia al volere distorto di ogni cricca, elite, lobby e mafia, tale che alla fine in tanti sono costretti a delinquere. Per non parlare poi di tutti quelli che vengono criminalizzati non perché abbiano commesso qualcosa di male bensì solo per via del fatto che cricche, elite, lobby e mafie hanno commissionato leggi che criminalizzano chi compie atti che a loro non vanno a genio e che i carrieristi pubblici applicano acriticamente alla priebke, invece di fare gli snowden rivolgendosi ai cittadini.

    Non ci sono scuse. Se vogliamo un bel mondo ce lo dobbiamo guadagnare rendendo democratico il potere esecutivo ed il potere giudiziario: licenziando periodicamente ogni assunto nel pubblico impiego. In un certo qual modo oggi, sottomessi come siamo ai tiranni pubblici, stiamo un po’ tutti in galera, prigionieri di un vecchiume che non vuol andarsene via.

    Pubblico Impiego Democratico: rigorosamente a tempo determinato!

    Danilo D’Antonio

    ARMONICA ROTAZIONE SOCIALE
    http://hyperlinker.com/ars/

Lascia un Commento

*