Dalla moda agli ultimi

di Francesca Amé
Il fotografo Stefano Guindani racconta l'America Latina attraverso i suoi scatti realizzati in nove Paesi, raccolti nel libro Do you know? E quanto sia complesso guardare in faccia la povertà.

doLa fotografia cambia il mondo? Di certo aiuta a capirlo. Prendiamo Stefano Guindani, grande fotografo internazionale, globetrotter apprezzato da star e celebrity, fotografo di moda e del lusso, famoso per i suoi scatti raffinati. Sette anni fa, per quei strani giri della vita capaci di portarti nel posto giusto al momento giusto, ha incontrato Martina Colombari a un evento e da lei apprende dell’attività ad Haiti della Fondazione Francesca Rava, onlus italiana che rappresenta Nph Nuestros Pequeños Hermanos, organizzazione umanitaria fondata nel 1954 da padre William Wasson per salvare dalla strada bambini orfani o abbandonati del Sudamerica. Il motto del gruppo è «un bambino alla volta, dalla strada alla laurea». Accadeva molto prima del terremoto: di Haiti importava poco o nulla, qui da noi.
Guindani ha capito subito di poter mettere a disposizione i suoi occhi e il suo talento per l’associazione perché la fotografia è un medium potente e racconta più di molte parole. Da quell’incontro di tanti anni fa ne sono seguiti altri e molti viaggi nei Paesi dove Nph opera in difesa dei minori: il risultato ora è raccolto in Do you know?, un libro denso di foto e di storie che vale la pena leggere, (Skira. pp. 368, disponibile su donazione a partire da 59 euro presso la Fondazione Rava e da gennaio 2016 in tutte le librerie). «Ho sempre tenuto un taglio da reportage sui tutti i miei lavori: anche quest’ultimo volume, dedicato ai sessant’anni di Nph, ha questo tipo di sguardo. Cerco di raccontare, di far conoscere storie e persone», ha spiegato Guindani a LetteraDonna .

DOMANDA: Lei ha girato tutti e nove i Paesi dell’America Latina dove Nph è attiva. Tra le tante foto scattate, quale immagine altre si porta dietro con sé?
RISPOSTA: È stato un viaggio complesso. Forse le duecento donne incontrate in Guatemala, mogli di desaparecidos, che vivevano nelle foreste e che sono state costrette ad annegare due o tre loro neonati perché piangevano e il pianto avrebbe attirato i guerriglieri che le avrebbero ammazzate tutte.
D: Quanto tempo ha impiegato a realizzarlo?
R: Ho viaggiato per due anni, nel tempo liberato dagli impegni di lavoro, dal Messico, dove è nata la prima casa di Padre Wasson, alla Bolivia. In una parte del viaggio – quella nei luoghi più sicura – è venuta anche la mia famiglia: è stata davvero un’esperienza unica.
D: Dalle passerelle alle discariche dove i bambini cercano il cibo: come fa un fotografo celebre a gestire l’impatto con situazioni di estrema povertà?
R: Si documenta: sono da sempre un viaggiatore più che un turista. Solo così puoi ottenere la dignità e il rispetto di chi fotografi.
D: Le è capitato di tornare in albergo con un senso di colpa, dopo aver visto con i suoi occhi che cosa significa non avere nulla?
R: No, direi con la consapevolezza di essere fortunato. E di avere il dovere di fare qualcosa per gli altri, ad esempio documentando e contribuendo a far conoscere le attività di Nph. Ho anche imparato che la vita va vissuta bene. Molti bambini che ho incontrato lo fanno, nonostante crescano in situazioni svantaggiate.
D: Dal punto di vista creativo, che cosa le ha dato un’esperienza come questa?
R: Il giusto distacco verso le cose, il mettere tutto in prospettiva.

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