La ricerca non è vocazione ma lavoro

di Silvia Parmeggiani
Valentina Fragliasso, studiosa specializzata nei meccanismi alla base dell’insorgenza di alcuni tipi di linfomi, racconta a LetteraDonna che cosa significa lavorare a New York.

ricercatriceAumentano di anno in anno i ricercatori che decidono di far carriera all’estero, specie nel campo della ricerca medica. Questo non solo per un lavoro meglio retribuito e più qualificato, ma anche perché all’estero il ricercatore viene considerato come una risorsa su cui investire. Ed è proprio all’estero che la ricercatrice scientifica Valentina Fragliasso ha dovuto puntare per far carriera con il suo lavoro. Reggiana, trent’anni, da dieci mesi ormai è a New York, inserita in un team quasi tutto al femminile e specializzato nello studio dei meccanismi alla base dell’insorgenza di alcuni tipi di linfomi alla Weill Cornell Medical College. Il suo è un ruolo importante: studiare alcune regioni del genoma poco conosciute che sembrano avere un ruolo chiave nella patogenesi. In Italia per lei sarebbe stato difficile anche solo iniziare le ricerche. Come racconta a LetteraDonna:«Qualcuno sostiene che fare il ricercatore sia una vocazione ma io non sono d’accordo. Fare il ricercatore richiede molto impegno, molta passione e tanti sacrifici».


DOMANDA: Come è approdata a New York?
RISPOSTA: Da 3 anni mi occupo di ricerca nel campo dei linfomi e per due anni ho lavorato all’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, grazie a un finanziamento di GrAde Onlus Foundation. Nel 2008 avevo già fatto un’esperienza all’estero e ho sempre avuto il desiderio di volerci ritornare. Un giorno il mio capo mi disse: ‘Cosa ne pensi se ti dico che c’è la possibilità di lavorare a New York?’. Mi ha parlato di un’esperienza nata dalla collaborazione tra il primario dell’Ematologia di Reggio Emilia, Francesco Merli, e il direttore della Pathology di Wcmc, Giorgio Inghirami. Può immaginare il mio stupore alla sua richiesta. Alla fine ho scelto di andare e affrontare questa esperienza.
D: Il suo è un team quasi tutto in rosa. È dura, in base alla vostra esperienza, essere ricercatrici e donne all’estero?
R: Il nostro gruppo di lavoro è composto da 4 donne e due uomini, e siamo quasi tutti italiani. La maggior parte dei miei colleghi viene da un laboratorio di Torino e qualche mese fa al team si è unito un ricercatore cinese. Siamo tutti piuttosto giovani, sui trent’anni, e io sono l’unica sposata. È dura, in generale, essere lontani dalla propria famiglia. Nel mio caso la difficoltà sta soprattutto nell’avere un marito che vive in Italia.
D: L’estero è una scelta quasi obbligata. Per voi ricercatori, specialmente nel vostro campo, in Italia non ci sono molte prospettive.
R: Se pensiamo alle possibilità che possono darti gli Stati Uniti allora sì, è vero, in Italia le prospettive sono limitate, soprattutto quando si tratta di ricerca scientifica di base. Manca la consapevolezza che, senza la ricerca, è difficile capire i meccanismi alla base delle patologie e sviluppare terapie intelligenti e mirate.
D: Quali sono le differenze più evidenti tra l’estero e l’Italia per chi fa ricerca?
R: Prima di tutto, la quantità di fondi privati e pubblici che sono a disposizione per la ricerca, negli Stati Uniti non mancano. Poi, la quantità di stimoli scientifici cui sei sottoposto (conferenze, seminari con personaggi illustri) e la possibilità di fare network.
D: Inoltre la figura del ricercatore all’estero gode di una certa importanza.
R: Assolutamente sì. Io ho un PhD in Medicina molecolare e rigenerativa. In Italia, quando parlo di PhD pochi sanno di che cosa si tratta. La prima volta che sono arrivata a New York, invece, il tassista che mi ha accompagnato dall’aeroporto a casa mi ha chiesto perché ero lì e di che cosa mi stessi occupando. Quando gli ho detto che avevo un PhD, lui aveva ben chiaro cosa significasse e tutti gli step che devi compiere per diventare tale. In America se sei un PhD sei considerato una persona smart e rispettabile.
D: Com’è una giornata tipo da ricercatrice al Weill Cornell Medical College?
R: Impegnativa. Non ci sono orari fissi o festività, italiane o americane, che tengano. In generale, inizio a lavorare verso le 9.30 e non finisco prima delle 20. Certo, io e i miei colleghi cerchiamo di ottimizzare i tempi morti incastrando i vari esperimenti tra di loro e portando avanti più progetti contemporaneamente, ma tutto il nostro lavoro dipende dagli esperimenti. Ovviamente non manca mai la pausa caffè, dove ci sono moltissimi momenti di scambio e confronto, anche con il capo, e le rare volte che usciamo dal laboratorio verso le 18.30 o le 19 scherziamo dicendo che «abbiamo lavorato part-time». Di certo il tempo che si passa in laboratorio è talmente tanto che i colleghi diventano una seconda famiglia.
D: Insomma, possiamo dire che è una vera e propria professione?
R: Certamente. Qualcuno sostiene che fare il ricercatore sia una vocazione ma io non sono d’accordo. Fare il ricercatore richiede molto impegno, molta passione e tanti sacrifici. È una vera professione in cui il rischio di fallimento è altissimo e i risultati, quando arrivano, richiedono anni di lavoro.
D: Come strutturate i progetti?
R: Normalmente lo sviluppo di un progetto richiede almeno 3 anni di lavoro e alcuni di quelli che stiamo realizzando sono iniziati da poco tempo. Siamo ancora nelle fasi preliminari. Diciamo che abbiamo appena gettato le basi per il futuro.
D: Che cosa ne pensa della cosiddetta ‘fuga dei cervelli’?
R: L’esperienza all’estero è fondamentale nel percorso di un ricercatore perché apre la mente, ti insegna a vedere le cose sotto altri punti di vista, ti apre allo scambio. Penso che sia positivo fuggire all’estero ma solo per un periodo perché credo che sia altrettanto positivo tornare nel proprio Paese e avere la possibilità di mettere in pratica quello che si è appreso. Non è facile, ma neanche impossibile.
D: Ci spieghi meglio.
R: In Italia abbiamo un’ottima preparazione universitaria, strutture di ricerca all’avanguardia e tantissime menti brillanti e determinate. Il problema principale è la mancanza di investimenti e di fondi a disposizione per poter sviluppare i progetti a lungo termine che non danno un beneficio economico immediato. Se si cambiasse questa mentalità allora ci sarebbero più prospettive anche per noi.
D: A suo parere, l’Italia cosa nega ai suoi ricercatori?
R: La sicurezza di avere un futuro e prospettive concrete.
D: Cosa l’avrebbe trattenuta nel suo Paese?
R: Cosa, in realtà, mi trattiene. Per prima cosa, mio marito che vive e lavora in Italia. Inoltre, ho la fortuna di lavorar per GrAde Onlus, una fondazione che mi dà la possibilità ed il supporto per tornare in Italia e mettere in pratica concretamente ciò che sto apprendendo negli Usa.
D: Molti studi, molte scoperte, potrebbero essere fatte in Italia.
R: È triste che un Paese che spende tante risorse per formare giovani talentuosi non sia disposto ad investire nel loro futuro ed a usufruire delle loro capacità e competenze.
D: Presto tornerà in Italia. Oltre a un nuovo bagaglio di conoscenze, cosa porterà con sé?
R: Porterò con me la gioia di aver vissuto un anno in una città stupenda, con nuovi amici e colleghi e la grinta per iniziare il mio nuovo percorso in Italia.
D: E per quanto riguarda il lavoro?
R: Tornerò a casa senza rimpianti perché ho sempre saputo che il mio tempo a New York avrebbe avuto una scadenza. Ho cercato di vivere appieno questa esperienza e ora sarò pronta a dare il massimo anche in Italia.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , Data: 26-11-2015 06:18 PM


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