«I terroristi temono le bimbe coi libri»

di Giovanna Pavesi
Cecilia Strada, figlia di Gino e Teresa Sarti, parla a LetteraDonna del suo ruolo di presidente di Emergency. E dell'impegno quotidiano per promuovere la pace.

ITALY-HEALTH-EBOLA-SLEONEUna ‘E’ su sfondo bianco. Una circonferenza, tre segni rossi uguali e una parola, Emergency, che rimanda direttamente al concetto di emergenza, cioè qualcosa di assolutamente necessario, primario, urgente. A dare vita all’Ong, che dal maggio 1994 offre cure gratuite e di alta qualità alle vittime di guerra, una coppia di Milano composta da un’insegnante, Teresa Sarti, e suo marito, il chirurgo Gino Strada. Teresa, una donna con lo sguardo dolce, i capelli rossi e vaporosi, ha ricoperto la carica di presidente fino al 2009, anno in cui una malattia era riuscita a strapparle via quella vita spesa interamente per gli altri. I suoi familiari non nascondono che senza di lei, Emergency, non sarebbe mai esistita. Oggi, a raccoglierne l’eredità umanitaria e culturale è sua figlia Cecilia, che dal 2009 è diventata presidente di Emergency. Cecilia è la sintesi perfetta dei suoi genitori: ha lo sguardo attento e vigile che ricorda Teresa, ma parla con lo stesso trasporto di Gino. «Emergency è curare una persona ogni due minuti, farlo bene e gratis. A volte ci dicono che siamo eroi, ma io non penso affatto che lo siamo. Siamo persone che hanno la possibilità di dare una mano e che non si tirano indietro dal farlo», spiega Cecilia a LetteraDonna.

Domanda: Che significato ha ricoprire il ruolo che fu di sua madre?
Risposta: Essere la presidente di Emergency vuol dire essere il punto di riferimento di tutti i volontari e di tutto il personale, composto da persone straordinarie, che lavorano in Afghanistan, Iraq, Sierra Leone, Repubblica Centrafricana, Libia, Sudan e in Italia. Per me è tanto bello quanto impegnativo. Mia madre ha cresciuto tutti i volontari e i medici che vanno in giro per il mondo. Non mi sono mai posta l’ambizione di essere come lei, al suo livello, perché sapevo fin dall’inizio che non avrei potuto. Quando ho assunto l’incarico ho detto ai volontari che ero imbarazzata a prendere il suo posto.
D: Nella puntata di Piazza Pulita del 24 settembre 2015, Gino Strada ha dichiarato che sarebbe disposto a curare anche un terrorista dell’Isis. Dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre quanto è difficile diffondere l’idea che ogni essere umano vada messo sullo stesso piano?
R: Trovo la questione grottesca: curare chiunque ne abbia bisogno è la base dell’etica medica. Un dottore che si arroga il diritto di decidere chi meriti di essere curato e chi no, non sta facendo Medicina. Ricordo che nel 2010, per attaccarci, si usò l’argomento che negli ospedali di Emergency erano stati curati anche talebani; un medico non può non farlo, anzi è un reato non prestare cure. Nel giuramento di Ippocrate c’è un passaggio che dice: “Curare i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno, indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano”. Con queste parole si riconosce il fatto che i pazienti possano ispirare sentimenti diversi. È normale che si prenda più a cuore il bambino vittima del talebano rispetto al talebano che gli ha sparato: ci sono sentimenti diversi, ci mancherebbe altro, ma il dovere di un medico è curarli con eguale scrupolo e impegno.
D: Mettere terroristi e vittime sullo stesso piano non rischia di rendere il vostro messaggio equivoco?
R: Chiariamo bene un concetto: dal punto di vista del diritto alla cura sono tutti uguali, però, ovviamente, il giudizio di valore è completamente diverso. Il terrorista si merita la galera a vita e il bambino si merita una vita felice. Possiamo cercare di dirlo in modo diverso, ma il rischio che venga equivocato rimane. Ad ogni modo noi non possiamo fare in modo diverso perché rinnegheremmo le basi dell’etica.
D: Dopo i fatti di Parigi,  l’editorialista de L’Unità Fabrizio Rondolino ha twittato: ‘#Emergency è un’organizzazione politica antioccidentale mascherata da ospedale ambulante. Va isolata e boicottata’. Il Giornale invece vi ha accusato di aver ricordato Valeria Solesin, vostra volontaria e vittima della carneficina al Bataclan, senza una condanna dei suoi assassini.
R: Sono accuse terribili su cui però sinceramente non intendo soffermarmi. Sinceramente, in questi giorni in cui ci sono state tante cose su cui riflettere, non ho nemmeno letto la maggior parte di queste parole. Le ho girate direttamente all’avvocato.
D: Il vostro staff è composto da numerose figure femminili: è mai capitato che qualcuno abbia rifiutato le cure di una dottoressa perché donna? 
R: Per una questione di semplicità nella gestione degli ospedali, cerchiamo di fare in modo che in alcuni Paesi, come ad esempio l’Afghanistan, siano uomini a curare uomini e donne a curare donne; naturalmente avvisiamo la popolazione che quando questo non è possibile sono gli uomini a curare le donne e viceversa. E questa cosa viene accettata.
D: Quanto impegno mettete nel cercare di diffondere una cultura di uguaglianza, anche di genere?
R:
Per noi è fondamentale, perché la costruzione di diritti è il vero antidoto al fondamentalismo. Cominciare a far lavorare le donne nei nostri ospedali in Afghanistan non è stato semplicissimo ma ci siamo riusciti. Ora abbiamo anche una scuola di specializzazione: nel nostro centro di maternità formiamo ginecologhe e infermiere. Sono donne a dirigere i nostri tre ospedali in Afghanistan, non uomini. Nelle regioni in cui lavoriamo è cambiata la percezione del lavoro femminile. Ha cominciato ad essere ambito perché all’interno di quelle famiglie dove a una donna è stata concessa l’opportunità di lavorare è entrato un salario in più, il tenore di vita si è alzato ed è stato possibile per loro guadagnarsi anche il rispetto della comunità. E tutto ciò si fa senz’armi e costa molto molto molto meno che fare la guerra.
D: C’è stato un episodio nel quale ha pensato che non ce l’avreste fatta?
R: Ce ne sono stati vari. Ci siamo trovati nel 2011 a Misurata tra il fuoco incrociato, nel mezzo della guerra in Libia. Nell’agosto 2014 l’autista di una nostra ambulanza in Afghanistan si è trovato in mezzo ai combattimenti ed è stato ucciso da un proiettile sparato non si sa da chi. Forse il momento peggiore è stato però nel 2010, quando alcuni nostri colleghi, nel sud del Paese a Lashkar Gah, sono stati arrestati dal contingente Nato-Isaf con false accuse per poi essere rilasciati nove giorni dopo. Che il gesto provenisse da una coalizione internazionale è stata una cosa molto molto pesante da vivere. A rendere la cosa ancora più dura è stato leggere in alcuni giornali italiani che noi eravamo ‘amici dei terroristi’.
D: Come ha reagito l’opinione pubblica?
R: La solidarietà dei cittadini italiani è stata enorme. Ma non è stata da meno quella della popolazione afghana: molte persone, spesso analfabete, sono scese dalle montagne per chiederci se era possibile firmare qualcosa in nostro sostegno; si trattava di persone mai andate a scuola e che ci facevano il gesto con il pollice (si firma spesso con il dito, ndr.) per farci capire che erano dalla nostra parte.
D: Ci sono stati luoghi in cui Emergency sarebbe voluta intervenire ma non ha potuto?
R: La Siria, per esempio, perché non ci lavoravamo prima dello scoppio della guerra e quindi ci è stato, di fatto, impossibile cominciare a lavorarci dopo. Ci sarebbe piaciuto essere per dare una mano, perché chiaramente ce n’è bisogno, ma non siamo riusciti a trovare il modo di organizzare un’équipe di intervento.
D: Contro Ebola avete vinto una battaglia che sembrava impossibile, salvando migliaia di vite. La considerate una delle vittorie di cui andate più fieri?
R: «Sì. Diciamo però che non è una vittoria solo nostra ma di tutti quelli che sono stati in prima fila a dare una mano. Noi abbiamo fatto la nostra parte e abbiamo pagato anche un prezzo perché diversi nostri colleghi hanno contratto Ebola, anche se poi fortunatamente sono guariti.
D: Si può sconfiggere un virus come Ebola ma non la guerra. Perché?
R: La guerra si fa per il potere, per i soldi, non per altro. Certo poi c’è il tema religione. Tutte le parti in conflitto dicono che Dio è con loro. Dio però non è mai con nessuno di quelli che tolgono la vita. Fintanto che ci sarà qualcuno che con la guerra e il terrorismo ha tanto da guadagnare, in termini di potere, soldi e controllo del territorio, ci saranno guerre.
D: In questo momento, il mondo è pronto per la pace?
R: Sarò franca: credo di no. Anche se, a parole, tutti dicono il contrario. I governi occidentali continuano a pensare che lo strumento sia fare la guerra al terrorismo anche se, a 15 anni dal suo inizio, siamo tutti più spaventati e terrorizzati di prima. Noi di Emergency pensiamo che si debbano mettere in campo altre soluzioni: dal rafforzamento dell’intelligence alla diplomazia, al controllo del traffico di armi. È necessario fermare i finanziamenti ai terroristi, smettere di fare affari con i Paesi che li sostengono. E la pratica dei diritti deve essere costante, quotidiana, per tutti, non con un doppio standard, perché i diritti tolgono ossigeno al terrorismo e alla violenza. Infatti i fondamentalisti ne hanno paura. Tantissima. Temono le bambine coi libri, non hanno paura delle bombe.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , , , , Data: 23-11-2015 01:34 PM


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