La paladina della guerra del latte

di Francesca Amé
Wilma Pirola, presidente di Coldiretti Pavia, racconta a LetteraDonna difficoltà e prospettive del settore dell'allevamento dei bovini. Un mondo che attira un numero sempre maggiore di giovani.

PirolaWilma ha 54 anni, due figli ormai adulti, una grande azienda da gestire, un ruolo impegnativo nell’associazionismo. Wilma si sveglia prestissimo tutte le mattine, e spesso va a letto all’una di notte. Wilma Pirola, presidente della Coldiretti di Pavia, è tra le paladine della guerra del latte e non intende dichiarare la resa.
Per capire che cosa sta succedendo alla nostra agricoltura e perché da settimane gli allevatori italiani protestano per strada, LetteraDonna.it l’ha incontrato all’indomani dalla tesa trattativa – finita male – a Roma, tra il ministero dell’Agricoltura, gli industriali del settore caseario e gli allevatori italiani.

DOMANDA: Presidente Pirola, com’è andata?
RISPOSTA: Venerdì 13 novembre ci siamo seduti a Roma intorno a un tavolo sperando di far capire le nostre difficoltà all’industria del settore che, a oggi, ci paga il latte solo 33.90 centesimi al litro, un prezzo che non permette a noi produttori nemmeno di pareggiare i costi. E’ stato calcolato che, per coprire in modo degno i costi di produzione, dovremmo essere pagati almeno 38 centesimi al litro.
D: Qual è stata la controproposta?
R: Gli industriali ce ne hanno messi sul tavolo 35: una miseria. Non abbiamo accettato. Non accettiamo l’elemosina.
D: Continuerete a protestare davanti ai grandi centri di trasformazione casearia?
R: Certamente, anche se per rispetto alla drammatica situazione dopo gli attentati in Francia, per rispetto e vicinanza anche ai nostri colleghi d’Oltralpe, sospendiamo per sette giorni la protesta. Ma non ci arrendiamo: continueremo a far sentire la nostra voce.
D: Ci spieghi meglio il motivo della protesta: per il consumatore il prezzo del latte allo scaffale è aumentato, non diminuito.
R: Ha centrato il punto. Negli ultimi anni il prezzo del latte, cioè quanto ci viene pagato dalle aziende trasformatrici e dalla grande distribuzione, è diminuito del 20%. Tuttavia, nei supermercati si registra un aumento dell’1.2% del costo finale.
D: Un vero e proprio paradosso.
R: Il punto è che noi allevatori offriamo un bene deperibile: le mie vacche fanno latte tutti i giorni e io quel latte lo devo vendere per forza. L’industria del settore caseario sa bene come funziona questo meccanismo e gioca al ribasso.
D: Sembra una strada senza via d’uscita.
R: Intanto la Coldiretti ha calcolato che ogni tre giorni chiude una stalla in Italia. Non ci rendiamo conto che la chiusura di aziende come le nostre non solo è un colpo basso all’impiego e un dramma per molte famiglie ma un problema per il Paese. Fattorie e aziende agricole sono un presidio di salvaguardia dell’ambiente e della natura, specie in montagna, contro un’urbanizzazione sfrenata.
D: Che cosa chiedete al governo e ai vostri interlocutori dell’industria?
R: Maggiore chiarezza. Chiediamo l’etichettatura e la tracciabilità di tutti i prodotti caseari. Noi allevatori italiani abbiamo costi di produzione molto alti perché offriamo un latte ad alto standard: le mie vacche sono controllate tutti i giorni e non a caso solo il nostro latte può essere usato per prodotti Dop.
D: Un latte di questo tipo dovrebbe essere molto ricercato visto il grande interesse verso i prodotti di alta qualità.
R: Il problema è che alcune aziende di produzione giocano al ribasso: comprano sottocosto il latte dall’estero, in Paesi dove i controlli sono meno rigidi, lavorano il prodotto in Italia e mettono la loro bella etichetta made in Italy. Non è così che funziona: le cose devono cambiare per la nostra tutela e quella dei consumatori.
D: Da quanto tempo lei lavora nel settore?
R: Da sempre. Sono nata in una famiglia di agricoltori e ora, con i miei figli, siamo alla quarta generazione: ho anche sposato un agricoltore e la nostra impresa è a Landriano, in provincia di Pavia. Abbiamo 350 vacche da latte e 150 capi in lattazione: è un lavoro pesante, sette giorni su sette, tutto l’anno. Il latte va munto tutti i giorni, non va in vacanza.
D: Come fa a conciliare un lavoro così impegnativo con la famiglia e l’impegno in Coldiretti?
R: Quando i figli erano piccoli mi occupavo della gestione della casa e della parte amministrativa dell’azienda, ma da quindici anni lavoro a tempo pieno, su molti fronti. Serve tanta collaborazione e comprensione da parte dei famigliari e molta tenacia: si dorme poco.
D: È vero che il vostro settore, nonostante la crisi, attrae sempre più giovani e donne?
R: La bella notizia è il ritorno alla terra da parte di molti giovani: le stesse facoltà di Agraria hanno registrato un aumento del 35% delle iscrizioni. Anche l’identikit dell’allevatore e agricoltore non è più quello di un tempo: oggi l’80% degli imprenditori agricoli possiede un diploma, spesso ha figli laureati o che studiano all’università.
D: E le donne?
R: In molte hanno trovato nel settore un impiego come piccole imprenditrici grazie alla vendita diretta al mercato dei loro prodotti oppure con l’apertura di piccole fattorie didattiche. Non sottovalutiamo questo fatto: questo tipo di occupazione femminile ha risollevato le sorti di molte famiglie, specie in territori difficili per il lavoro quali la collina o la montagna.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , Data: 17-11-2015 03:38 PM


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