L'Uganda sulle spalle delle donne

di Caterina Belloni
Il fotografo Alberto Prina ci racconta la condizione femminile nello Stato africano straziato dalla guerra. L'organizzazione civile passa da quello che, a torto, viene indicato come il sesso debole.
Foto di Alberto Prina - mrpraina.com.

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Chi pensa che il concetto di multitasking per le donne sia nato in Inghilterra o in America dovrebbe ricredersi. Ne è fermamente convinto Alberto Prina (qui la sua pagina Facebook), 47enne fotoreporter italiano che per alcuni mesi ha vissuto in Uganda, coordinando un progetto di formazione per giovani autori promosso all’interno di un programma dell’Unione europea chiamato Alliance 2015. Seguendo la vita di tutti i giorni in diversi villaggi, Alberto si è accorto del ruolo centrale che rivestono nella famiglia e nella comunità le donne africane e di come siano in grado di assolvere compiti diversissimi. «Nello sguardo di queste donne ci sono forza e fierezza», racconta.

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DONNE CHE COSTRUISCONO STRADE
«Traspare la capacità di fare tutto, agendo a 360 gradi. La mattina si vedono donne che aiutano a costruire le strade verso i villaggi e le scuole, con il badile in mano e i figli in spalla. Nel pomeriggio si incontrano le stesse donne che vanno a prendere l’acqua al pozzo più vicino, distante magari chilometri, per i bisogni della loro casa e di quella dei vicini». Diventate predominanti per numero, a causa anche dei massacri della guerra civile, le donne ora si muovono su terreni diversi. «Si occupano della casa, della cucina, dell’approvvigionamento di acqua e cibo; poi accudiscono i figli e li seguono anche negli studi», sottolinea Prina. «Ancora lavorano al di fuori della casa, svolgendo mansioni anche dure e pesanti, come appunto la costruzione delle strade».

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OCULATE AMMINISTRATRICI
L’aspetto più interessante è che le istituzioni straniere ripongono nelle donne la massima fiducia. «È a loro che le Ong fanno riferimento per pagare il lavoro svolto per conto delle organizzazioni», sottolinea Prina. «Gli uomini magari trattano per il progetto, ma poi a gestire il guadagno sono le donne, che lo sanno amministrare compiutamente. Gli uomini finirebbero per sperperarlo, magari bevendo e mangiando». Denaro e prestiti per il rilancio della vita sociale finiscono dunque nelle mani delle signore, che sono anche quelle cui ci si affida per la gestione dei programmi che arrivano dalle realtà straniere.

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INFERMIERE IMPROVVISATE
Ma le donne si fanno carico anche del benessere della famiglia, sotto diversi profili. «Oltre ai figli, assistono anche le persone ammalate», racconta Prina. «Quando un paziente finisce in ospedale, i medici si preoccupano della sua salute ma non possono fornire vitto o servizi di pulizia. A questo devono pensare, ancora una volta, le donne. Che sono costrette a raggiungere gli ospedali, portare il cibo, lavare e cambiare i malati. Mi è capitato di vedere in ospedale, tra un letto e l’altro, lo stuoino di alcune di queste infermiere improvvisate. In ordine c’erano le pentole, le tazze, abiti puliti e salviette per la pulizia».

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IL POTERE È LONTANO
Insomma, le donne dell’Uganda sono in prima linea su diversi fronti, dal lavoro alla famiglia, dall’accudimento degli ultimi al risparmio. Solo a livello politico e ufficiale restano in secondo piano, anche se qualcosa sta lentamente cambiando. «Il potere è nelle mani degli uomini», sottolinea Prina, «ma nei mesi che ho trascorso nel paese, spostandomi da un luogo all’altro, ho scoperto che ci sono dei miglioramenti. A livello pubblico, poi, soprattutto nel campo dell’educazione, le donne stanno recuperando terreno».

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TENACIA, FORZA, CORAGGIO
Un riconoscimento che meritano, visto che, come spiega Prina, si impegnano in mille modi e con energie difficili da ritrovare in un uomo. «Ho nella mente immagini, confluite anche nella mia mostra, che raccontano il coraggio, la tenacia e la forza di queste signore, spesso minute e apparentemente fragili». Per Alberto Prina, reporter, docente nel settore dei media e coordinatore del Festival della fotografia etica appena tenutosi a Lodi, i profili di queste donne dovrebbero essere d’esempio. «Soprattutto quando abitano in alcune delle regioni più difficili del paese», conclude Prina, «dove servono due interpreti per scambiare qualunque dialogo e dove la Natura mette alla prova tre volte di più». Chiedendo alla popolazione, e soprattutto alle sue regine, di resistere.

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