Sono tutti figli di Lieta

di Giovanna Pavesi
Arrivata a Fortaleza nel 1979, la signora Valotti è diventata un punto di riferimento per centinaia di bambini che grazie al suo impegno vengono strappati alla violenza. L'abbiamo intervistata.
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Lieta Valotti – foto di Andrea Corti.

Lieta sorride sempre, ma credo sia molto timida. Probabilmente sorride anche quando si arrabbia. O quando è preoccupata, quando deve pensare a qualcosa di importante o ascoltare una storia difficile. Lieta, a Pacotì, è ovunque: tra i banchi di scuola, nella lavanderia, negli uffici, alle casette, in refettorio. I bambini la cercano, la chiamano, la osservano e la ascoltano. Ognuno di loro cerca nel sorriso di Lieta un antidoto alla miseria affettiva che li affligge. Gli occhi di Lieta Valotti hanno assistito a una marcia troppo lunga, quella del piccolo esercito di invisibili che popola le strade più feroci di Fortaleza. Bambini soli e fragili, vittime di una società che né li vuole né vuole vederli.

UNA MISSIONE TRENTENNALE
Lieta era arrivata in Brasile nel 1979: era salita su un aereo diretto a Fortaleza per dedicare un po’ del suo tempo a chi non aveva nulla. Ma quel periodo limitato di volontariato si era pian piano trasformato in qualcosa di diverso. A 35 km da Fortaleza, un cantiere abbandonava le strutture adibite ad alloggi per gli operai impiegati nella costruzione di una diga sul fiume Pacotì. D’un tratto, quel luogo divenne il rifugio più adatto per centinaia di bambini. Padre Luigi Rebuffini, missionario piamartino in Brasile dal 1957, decise di affidare proprio a Lieta la Casa da Criança Gov. Virgilio Tavora. Nel 1983 nasceva Operazione Lieta, una onlus che da Brescia (città di origine di Lieta) attraversava l’Atlantico per dare una possibilità a tutti quei bambini che non conoscevano nemmeno il significato della parola opportunità.

UN ANGOLO DI INFANZIA
Da più di trent’anni Pacotì ospita bambini dai sei ai tredici anni, completamente emarginati, ingannati dall’universo della criminalità che a sua volta ha ingabbiato i genitori e probabilmente i nonni. Oggi a Pacotì sono ospitati circa 200 bambini: restano qui dal lunedì al venerdì, ricevendo cure, cibo e calore umano. Sanno di non essere mai soli e possono correre dietro a un pallone fino allo sfinimento, sapendo poi che potranno poggiare la testa su un cuscino. E non sul marciapiede di una strada.

IMG_4782D: Chi è Lieta per questi bambini?
R: Un po’ di tutto. Quella che compra le ciabatte, che fa la medicazione, che ha il sacchetto di caramelle o di cioccolatini, che può aprire la stanza per prendere un quaderno, che può mandare degli alimenti a casa se ce n’è bisogno. Quindi, una persona a cui si può dire che in casa non ci sono gli alimenti, che può telefonare alla mamma o alla nonna, che può chiamare la maestra per capire che difficoltà ci sono, che può dare un abbraccio a chi non sa dove ricevere un abbraccio o perché si è arrabbiati col mondo, una da prendere in giro cantando una canzoncina. Insomma, una che c’è.
D: E loro chi sono per lei?
R: Tutto quello di cui c’è bisogno. Sono un Qualcuno che ha bisogno di essere curato, contenuto, abbracciato, sgridato, guardato con occhio truce, guardato con occhio dolce. Sono un Qualcuno a cui si devono guardare le ferite nel fisico e nell’anima, un Qualcuno da osservare, un Qualcuno a cui si pensa costantemente, un Qualcuno a cui si volge sempre il pensiero per vedere se passeranno bene anche il fine settimana. Loro sono un po’ tutto.
D: Fortaleza è l’ottava metropoli più violenta del mondo ed è la capitale brasiliana con il più elevato tasso di omicidi commessi da minorenni. Che cosa significa nascere ed essere bambini a Fortaleza?
R: Dipende da dove vivi, ma ciò che influisce maggiormente è la famiglia; cosa che non vale solo da Fortaleza. Questa città si trova in una situazione precaria in termini di sicurezza. Indubbiamente uno svantaggio per le famiglie che, in questo momento, vivono in situazioni disagiate.
D: Molti dei bambini di Pacotì arrivano da realtà molto problematiche, come la favela di Lagamar. Questi luoghi li costringono a crescere molto in fretta. Come riescono a tornare bambini, una volta qui nella scuola?
R: Nella nostra scuola è tutto pronto, tutto a misura di bambino. Qui non c’è violenza da parte degli adulti o da parte dell’ambiente, mentre da dove vengono accade il contrario. Quando si vive in una favela, bisogna sempre essere sul ‘chi va là?’.
Pacotì è un’isola, in questo senso: uno spazio di serenità che tutti i bambini dovrebbero avere, e non soltanto per cinque giorni a settimana. Cerchiamo di mostrare loro che si può vivere anche in questo modo e, anzi, che questo sarebbe l’ideale. Poi però c’è la realtà, quella con cui devono confrontarsi usciti da qui, nel fine settimana.
D: Come vivono questa differenza tra casa e scuola?
R: Loro sono liberi di venire qui a scuola: non li obbliga nessuno, ma lo scelgono ogni lunedì. Esistono delle diffidenze e delle difficoltà iniziali, soprattutto quando non si conoscono la casa, la struttura e le persone. Tuttavia, quando ci rendiamo conto che decidono di venire di spontanea volontà, capiamo che esiste da parte loro il desiderio di vivere in questa dimensione tranquilla e serena.
D: Qui a Pacotì non sembrano molto diversi da qualsiasi altro bambino. Eppure i loro sguardi sono stati testimoni di continui atti di violenza. Come riescono a dimenticarsi della vita là fuori?
R: Sono bambini. Possiedono un’energia e dei meccanismi di cui noi conosciamo soltanto una minima parte. Tutto ciò che ‘metti da parte’, probabilmente poi riaffiorerà. A volte, non mostrare quello che sentono dentro, o in certi momenti buttarlo fuori con troppa aggressività, così come l’estrema necessità del contatto fisico, o il rifiuto di contatto con certe persone, dimostra che esiste dentro qualcosa di irrisolto. Ci sono dei meccanismi che ci proteggono. Ovviamente, il fatto che siano bambini ci colpisce di più, per la loro fragilità e perché ogni bambino dovrebbe essere protetto e tutelato. Ma ogni essere umano di fronte al dolore e alle difficoltà scopre poi di avere una forza, un’energia e una capacità che nemmeno pensa di possedere.
D: Trovano il coraggio di raccontarsi a lei?
R: Sì. Assolutamente sì. Ogni settimana giro, classe per classe, dove ci sono i bambini che sappiamo vivere delle situazioni difficili, quindi si avvicinano e parliamo. Chiedo loro com’è andata la settimana, che cos’hanno fatto e che cosa accade a casa, con chi sono stati il sabato e la domenica, se hanno passato giorni felici oppure no e se ci sono delle novità. Creiamo quindi questo dialogo che registriamo per approfondire l’evolversi di certe situazioni: ascoltiamo quello che ci dicono, osserviamo quello che fanno e consultiamo le relazioni settimanali degli educatori e degli insegnanti.
D: E quando decidono di dirle proprio tutto, come reagisce?
R: Urlo (ride e urla, ndr). Poi loro pensano che io stia scherzando, che stia ridendo. Ma (ride ancora, ndr), diciamo che uso la voce anche per questo. Ci sono dei momenti in cui mi raccontano davvero tutto il loro vissuto e le loro situazioni quasi surreali: mi viene un gran mal di testa, talmente forte che sembra che mi esploda il cervello. È il mio fisico che reagisce e dice ‘bastaaa!’.
D: Conosce la storia di ogni bambino? Ogni piega del loro vissuto?
R: Sì, perché prima di accettarli qui cerchiamo di conoscere la loro storia.
D: Se ne accorge quando nascondono qualcosa?
R: Sì. A parlare spesso sono alcuni gesti, gli sguardi o un’eccessiva aggressività. A volte ti rendi conto che, anche se gli chiedi se è successo qualcosa, non vogliono parlarne. Poi magari capita, dopo una settimana o dopo un giorno, che qualcuno di loro si avvicini e si apra, spiegandoti quali erano i motivi di quei turbamenti. Poi ci sono anche quelli che non ti vogliono dire che cos’hanno e allora lo raccontano a un amico. E l’amico viene a dirtelo.
IMG_4645D: E le bambine? Quanto è più difficile e diversa la loro vita?
R: Le difficoltà delle bambine sono ovviamente correlate alla loro femminilità. La violenza è fatta di soprusi e abusi, con tutti gli annessi e i connessi che il mondo femminile purtroppo deve accollarsi (durante questa risposta passa un bambino e la chiama: «Lieta!», e lei gli schiocca un bacio, ndr). Purtroppo è come se molte cose fossero date per scontate, come se fossero normali. Ma non c’è niente di normale. Bisogna cercare di mostrare loro delle alternative, fare capire loro che non bisogna accettare un vissuto di questo genere.
D: Qualcuna di loro è riuscita a emanciparsi?
R: Sì, tante. Tante.
D: Quanto è complicato incoraggiare chi di loro non accetta un aiuto da parte vostra ?
R: Il problema a volte nasce perché tanti non vogliono, e non si rendono conto di non volerlo. Esistono meccanismi di difesa che li rendono impermeabili. A volte, anche la più grande volontà e il più grande desiderio di aiutarli non sono sufficienti, perché loro stessi lo rifiutano. Da sempre. Questo deriva e nasce da meccanismi e situazioni che si incontrano quando hai a che fare con un essere umano: se l’essere umano vuole essere aiutato e si rende conto che ha bisogno, allora c’è un cammino. Se uno pensa di non aver bisogno e non vuole essere aiutato, per tanti motivi magari inconsci, allora è complicato.
D: Avete mai accolto bambine o bambini con problemi legati all’uso di sostanze stupefacenti?
R: Sì, ne abbiamo avuti.
D: Così piccoli?
R: Sì, sono arrivati nel momento in cui l’uso era appena iniziato e non si era ancora innescato il meccanismo della dipendenza, per la quale servono cure sanitarie diverse, di cui non disponiamo. Fortunatamente, quelli che sono passati di qui sono stati ‘presi’ in tempo, ovvero all’inizio: il primo momento era di sballo completo, poi sono andati fermandosi. Alcuni casi infatti, se presi subito presentano ‘soltanto’ reazioni aggressive di chi ha appena iniziato a misurarsi con quelle sostanze. Con qualcuno di loro invece, purtroppo non ce l’abbiamo fatta, perché non possediamo né mezzi né competenze: certe situazioni richiedono  facoltà particolari, ma soprattutto altre strutture. Ci siamo messi in contatto con altri enti che si occupavano proprio di questo e li abbiamo indirizzati lì.
D: Di che cosa ha paura quando guarda i bambini?
R: Di non capire e di non saper far fronte alle loro necessità e ai bisogni delle loro famiglie. A volte, capisci che le storie di questi bambini corrispondono agli anelli di una catena: spesso la storia della nonna e quella della mamma si ripetono.
D: Come si emancipano i bambini in Brasile?
R: È complicato. Molto complicato. Esiste una grande preoccupazione per la protezione. Per offrire opportunità di un futuro diverso c’è ancora tanto da fare, perché ci sono tante persone di buona volontà, ma sono tutte presenze che appaiono e poi magari scompaiono per mancanza di fondi, spesso legate a idee e progetti politici che vanno e vengono. La scuola sta incominciando ad offrire delle alternative, però c’è ancora molto da fare.
D: Quando capisce di averli salvati?
R: Quando decidono di andare a scuola: è già un passo molto grande, perché molti di loro, fin da piccoli, sono sempre stati considerati incapaci. Il fatto che vengano qui è già un grande passo. Seguire le lezioni è per loro un riscatto incredibile: quando si rendono conto che stanno imparando a leggere e a scrivere, la soddisfazione nei loro sguardi e nei loro atteggiamenti è la dimostrazione che si sentono finalmente capaci. Però non userei il termine ‘salvati’.
D: Perché?
R: La vita è un’opportunità: qualcuno la sa cogliere immediatamente, mentre altri devono arrivare in fondo al pozzo per poi poter risalire. È capitato che qualcuno di loro, la cui storia era talmente complicata da rendere quasi impossibile una possibilità fuori da qui, sia riuscito a riscattarsi nonostante tutto. Perché questa è la vita.
D: Sei felice?
R: Io sì, stanca morta, ma molto felice.

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