«Diamo voce al cinema del mondo»

di Caterina Belloni
Tra gli organizzatori di The Final Cut, rassegna veneziana dedicata ai lungometraggi realizzati in contesti ignorati dalla distribuzione, c'è l'italiana Alessandra Speciale. L'abbiamo intervistata.

4996197898_e98295d02d_oLa Mostra del cinema di Venezia non è solo red carpet. Esiste anche una sezione, piccola ma importante, che guarda al cinema dell’altra parte del mondo e che mostra i film di Paesi dove non esistono né celebrità né star system. Girare un lungometraggio, piuttosto, diventa l’unico modo per raccontarsi e farsi ascoltare.  Questa sezione si chiama The Final Cut, si è conclusa l’8 settembre ed è stata organizzata dal Festival International du Film d’Amiens, dal Festival International du film du Friburg e dal Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina di Milano.

Final Cut (5)I VINCITORI
In concorso c’erano sei pellicole, provenienti da Africa, Giordania, Libano, Palestina, Siria e Iraq. Paesi che spesso finiscono al centro dell’attenzione mondiale solo per i conflitti o l’esodo dei loro abitanti. A collezionare più premi è stato Zaineb hates the snow (Zaineb odia la neve), del regista tunisino Kaouther Ben Hania. Il quale si è aggiudicato 10mila euro per la postproduzione, tre finanziamenti per creare copie digitali del film con sottotitoli in italiano e in inglese e, infine, un contributo per l’acquisizione dei diritti di messa in onda da Rai Cinema. Ali, the goat and Ibrahim (Alì, la capra e Hibrahim), opera dell’egiziano Sherif Elbendary, ha racimolato invece 30mila euro per la postproduzione, gli effettivi visivi e la color correction. House in the fields (La casa nei campi), del marocchino Tala Hadid, ha vinto due premi da 15mila euro ciascuno, mentre A Separation dell’iracheno Hakar Abdulqadir si è visto versare dei fondi per pubblicità e distribuzione.

foto 2L’INTERVISTA
Tra gli organizzatori che hanno selezionato i film e pensato a questa sezione, c’era, tra gli altri, Alessandra Speciale, cinquantenne milanese, studiosa di cinema e regista, che cura con Annamaria Gallone il Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina di Milano. Una realtà che da ben 25 anni porta in Lombardia la migliore produzione di paesi lontani. L’abbiamo intervistata.

DOMANDA: Quando ha cominciato a interessarsi al cinema dell’Africa?
RISPOSTA: Mi stavo laureando a Pavia e sono entrata in contatto con il Coe, il centro di orientamento educativo di don Francesco Pedretti. Attraverso di loro ho conosciuto Annamaria Gallone, che si occupava del cinema africano. La mia tesi si è sviluppata così e il nostro rapporto non si è più interrotto.
D: All’inizio com’era lavorare per il Festival?
R: Da subito è stato emozionante. Le istituzioni ci sostenevano molto, arrivavano tanti registi. Al principio c’era anche una rivista bilingue sul cinema africano, a cui collaboravano. Si teneva un festival importante in Burkina Faso a cui eravamo collegati. Nel 2004, poi, abbiamo deciso di aprire i nostri orizzonti e il festival è diventato anche l’occasione per la scoperta del cinema di Asia e America Latina.
foto AleD: Come mai?
R: È stata una decisione importante che ci ha permesso non solo di uscire dal nostro guscio, ma anche di far sì che il festival non risultasse ghettizzante per gli artisti africani. Così ci siamo dati un respiro ancora più internazionale, che abbiamo celebrato nell’ultima edizione in occasione dei 25 anni, a maggio.
D: Qual è la funzione principale del festival? Far conoscere agli europei il cinema di mondi lontani?
R: Da una parte questo, dall’altra creare un palcoscenico e uno spazio di dialogo e di incontro anche tra registi di diversi continenti. A Milano ormai non ci sono più solo le proiezioni, ma siamo attivi in tanti spazi con convegni e laboratori. Anche questa esperienza veneziana nasce dalla stessa logica. In un mondo come il nostro, dove le immagini si muovono a ritmo velocissimo, occasioni del genere sono fondamentali per favorire la condivisione di culture ed esperienze.
D: E la partecipazione, a Venezia come a Milano, è aumentata?
R: Certo. Per Venezia abbiamo dovuto scegliere sei autori su 65, mentre a Milano ogni anno il numero dei candidati aumenta. È più che comprensibile, merito delle nuove tecnologie. Una volta bisognava inviare la pellicola, era complesso, pochi potevano permettersi di partecipare. Con Internet le adesioni sono maggiori, più variegate. Dobbiamo selezionare molti più film, anche perché basta poco per realizzarli. Non c’è bisogno di grandi capitali. Contemporaneamente, la voglia di conoscere e farsi conoscere è aumentata, e i confini sono molto meno difficili da superare.
foto 1D: Se il mondo ormai è così connesso, per quali ragioni ha ancora senso promuovere un festival sul cinema di frontiera?
R: Anzitutto perché la distribuzione nelle sale e in televisione è rimasta quella del 1991, quando abbiamo cominciato. Senza i festival, film spesso bellissimi da noi non arrivano. Poi perché, benché la comunicazione si sia intensificata, spesso quello che sappiamo di questi Paesi è mediato dallo sguardo occidentale di televisioni e giornali. Il cinema rimane un’occasione unica per guardare ai Paesi secondo il punto di vista di chi ci è nato e ci abita.
D: La soddisfazione maggiore che ha avuto in questi vent’anni di attività?
R: Vedere Abderrahmane Sissako, che avevamo portato per primi in Italia con il suo cortometraggio di laurea, arrivare alla candidatura per l’Oscar come miglior film straniero nel 2015 per Timbuktu.

Per le donne del festival, una scommessa vinta, che però non è ancora finita. La prossima edizione si terrà a primavera.

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