Bimbi e provini, parla l'esperta

di Silvia Di Paola
Intervista a Paola Dragone, agente di spettacolo specializzata in bambini e adolescenti. Ecco qualche consiglio per affrontare il mondo dello show business e quali sono gli errori da evitare.

PAOLA DRAGONEChe cosa succede quando i nostri figli si affacciano al luccicante (e a volte accecante) mondo dello show business? E come è cambiato  l’approccio dei piccoli, e dei loro genitori, a questo mondo che regala loro divertimento, sogni ma anche vagonate di illusioni? Ce lo racconta Paola Dragone, la cui agenzia è tra le più note nel panorama dei casting infantili. Specializzata nella promozione di artisti da 0 a 20 anni, si occupa di pubblicità, televisione, fiction, cinema, teatro e moda ed è nata nel lontano 2000 dal desiderio di Paola di mettersi in gioco, dopo esser stata lei stessa mamma di un piccolo attore.

DOMANDA: Che cosa è cambiato nel corso di questi 15 anni nell’approccio di genitori e figli al mondo dello show business?
RISPOSTA: Tutto, purtroppo. I bambini non sono più bambini, ma piccoli adulti. Non ci aiutano le mode, nel senso che mi arrivano le femminucce col lucidalabbra o il vestito che rifà quello della mamma. O il maschietto col capello rasato a metà, o la cresta, mentre ciò che serve è sempre il bambino e basta. Il classico bambino da sistemare poi secondo le esigenze del copione, mentre il bambino vestito da grande, con un atteggiamento da grande, è un grosso problema per i casting.
D: Questo dipende anche dall’influenza della moda che fa sfilare bambini vestiti come dei piccoli adulti?
R: Solo in parte. Molto in realtà dipende dai genitori, che ormai tendono a far dei figli le loro copie. Spesso mi arrivano in agenzia famiglie identiche: padre, madre e figlio vestito e pettinato quasi allo stesso modo. I genitori sono travolti da quello che io chiamo ‘progresso-regresso’.
D: E le conseguenze quali sono?
R: A parte rarissimi casi, per qualunque casting vengono richiesti veri bambini, e che siano anche esportabili. Se serve un bambino per uno spot che rappresenta un nostro prodotto, deve riflettere il nostro Paese e non sembrare un bambino americano o di nessun luogo. Succede soprattuto al Sud, dove mi ritrovo bambine truccate, col colore nei capelli, maschi combinati come i calciatori. Trovare bambini ‘semplici’ e basta sta diventando sempre più difficile. Eppure è quello che di solito serve. Io spesso mi rivolgo direttamente al bambino e non al genitore. È importante capire se il ragazzino col capello lungo è pronto a tagliarsi i capelli o se la bambina è pronta a mettersi una gonna. Sembra ovvio, ma con i bambini non lo è mai davvero.
D: È molto cambiato il mondo genitoriale che lei si trova davanti?
R: Si. Io mi trovo davanti ogni tipo di genitore, cioè ogni classe sociale e ogni tipologia di famiglia, separati e non. La maggior parte di loro vuole a tutti i costi vedere il figlio in tv o in una sfilata e non capisce che per un bambino è un arricchimento anche il fatto soltanto di partecipare a un set. È una vera esperienza. Ma per loro conta solo la visibilità. La società dell’apparire si è ormai imposta del tutto. A volte mi portano bambini che non vogliono neanche farsi fare le foto. Inutile insistere.
D: C’è una frase che le rivolgono spesso?
R: La solita: «Mi hanno detto in tanti: ‘Perché non gli fai fare una pubblicità? Ha proprio la faccia adatta’». Ma fare gli attori non è da tutti: è faticoso, e non è nemmeno qualcosa che tutti i bimbi vogliono fare.
D: Quanto pesa la bellezza?
R: Pochissimo. Lavorano molto di più i bambini con facce comuni, magari con una loro espressività. Anche se per alcune pubblicità natalizie servono magari bambini belli e biondi con occhi azzurri, di solito non sono loro a lavorare di più. Ciò che conta, però, per lavorare è non scivolare nella tipologia del caratterista. Dai 14 anni purtroppo questo avviene sempre più di frequente.
D: Come mai?
R: Perchè mi arrivano pieni di tatuaggi, buchi, piercing. Questo toglie loro molte possibilità. Anche in questa fascia di età servirebbero ragazzi ‘semplici’. Poco tempo fa mi è capitato un ragazzo di 15 anni scelto per un ruolo e che si è rasato qualche giorno prima di andare sul set. Anche per questo si possono perdere ruoli. Se vogliono un caratterista, possono truccarlo da caratterista. Ma se il ragazzo è già combinato da caratterista , può far solo quello. A meno che tu non sia un attore affermato, non ti tengono ore al trucco per coprirti un tatuaggio che non si deve vedere. Più semplice chiamare un altro.
D: C’è una maggior richiesta per qualche settore in particolare?
R: “Sì, per la pubblicità. È la cosa più visibile, quello che quasi tutti mi chiedono. Poi viene la moda, anche perchè molti genitori pensano che sia più semplice per il bambino rispetto alla recitazione in un film o in una fiction. Ma non è vero. Sfilare, per un bambino, è una cosa molto stressante, non tutti riescono a farlo. Quando esci sulla passerella sei solo con tutti gli occhi addosso, inizi e devi andare avanti sino alla fine. Su un set invece c’è il ciak, hai tutti intorno, poi tutto si interrompe, si scherza, si ricomincia. È tutto più facile, ma i genitori non lo capiscono.
D: Ma la moda non è anche più selettiva?
R: Assolutamente sì. Non solo non è per tutti, ma è anche più problematica per i bambini. I vestiti hanno determinate misure e il bambino, oltre alla faccia, deve avere anche un corpo ‘vestibile’. I genitori però non sono mai obiettivi, non riescono a capire perché la loro bambina può fare un provino per un set ma non potrà mai sfilare. Io penso che bisogna essere schietti, mentre spesso in questo campo si danno tante false aspettative.
D: La pubblicità è più facile da affrontare?
R: La pubblicità, per un ragazzino, rimane difficoltosa rispetto al set: esige primi piani perfetti, bisogna bucare lo schermo, in 30 secondi devi dire tutto e quindi devi avere il viso che serve. Si lavora sui dettagli ma, a differenza della moda, può lavorare chiunque. Servono il bello e il brutto, il magro e il grasso, il bambino perfetto e quello con l’apparecchio. Serve sempre qualcosa di particolare in un momento particolare.
D: Che consigli darebbe ai genitori che vorrebbero avvicinarsi a questo mondo?
R: “Intanto non costringere mai i loro figli. Vedo spesso genitori che portano ragazzini niente affatto convinti. Inutile insistere, perché non paga. Qualora prendessi il ragazzino, magari questo non vorrà fare il provino o la farà sciattamente. Per il bambino è un gioco, certo, ma significa anche lavoro, fatica, ore passate sui set, magari sotto il sole estivo con il cappotto. La sua volontà è fondamentale.
D: Che cosa cambia con i genitori divorziati?
R: Il consenso di entrambi i genitori è fondamentale, per questo c’è bisogno della doppia firma, anche quando i genitori sono separati. Ma non tutti lo capiscono. I minori che lavorano con me e con agenzie serie vanno denunciati all’ispettorato del lavoro per i permessi. Poi, spesso, le cattiverie tra genitori si riflettono su questo lavoro: basta che uno dei due si impunti e, magari a provino fatto e bambino scelto, non mi mette la firma. Causando un danno a me e alla produzione.
D: A che cosa, di solito, i genitori non sono pronti?
R: All’idea di aiutare i figli a fare un provino come se fosse un’avventura e basta. Non sono pronti a questo. Tutti fanno i provini, anche i grandi attori. Ma fare un provino non significa essere automaticamente preso per quel ruolo. Nella maggior parte dei casi, il proprio figlio non verrà scelto.
D: Come si possono aiutare i ragazzini ad affrontare al meglio i provini?
R: Esistono scuole apposite, oltre ai corsi di dizione che servono in ogni caso. Io stessa organizzo a volte dei corsi che, però, non sono corsi di recitazione. I corsi di teatro servono per altre cose, male non fanno. Possono servire per un saggio, uno spettacolo, ma non per un provino. La preparazione al provino cinematografico è un’altra cosa. È necessario non creare aspettative nel bambino e, ancor prima, in sé stessi in quanto genitori.
D: I social hanno cambiato questo mondo?
R: Tutti siamo facilmente visibili rispetto a ieri, basta un profilo Facebook per pubblicare le proprie foto ed esser visto da una corposa platea. Non è questo che serve. Così come non serve spendere un sacco di soldi in book fotografici. Quello che serve a un potenziale attore o modello adulto non serve al ragazzino, che ogni sei mesi cambia aspetto.
D: Che cosa fare dopo un provino?
R: Aspettare senza ansia e pensare che si cambierà molto strada facendo. Io ho seguito un ragazzino che ha lavorato moltissimo in Elisa di Rivombrosa, ma poi non ha fatto nient’altro. Crescendo, anche di poco, è cambiato e non ha più avuto occasione di esser scelto. Una ragazzina ha fatto un film da protagonista, ma è stata talmente tartassata dalla regista che, finito il film, ha deciso che non avrebbe fatto più nulla. I ragazzini cambiano e i loro successi possono essere passeggeri. Rimanere con i piedi per terra è un consiglio valido per tutti, ma più che mai per i minori. Eppure, la maggior parte dei genitori non li aiuta da questo punto di vista e li fanno vivere con false aspettative.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , , , , , , Data: 03-09-2015 01:41 PM


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