«Ci violentavano anche i dottori»

di Alexis Paparo
Durante la seconda guerra mondiale Jan Ruff-O'Herne, insieme a 200 mila coreane, fu costretta a prostituirsi con i militari giapponesi. A 70 anni dall'accaduto le vittime attendono ancora scuse ufficiali.

Kim aveva 14 anni quando un agente di polizia giapponese e un soldato piombarono a casa sua pretendendo che lei iniziasse a lavorare presso una fabbrica di abiti. «Mia mamma protestò: ‘è così piccola, cosa potrà fare? disse loro. Ma i due insistettero che avrei potuto imparare il mestiere e che sarebbe andato tutto bene. Alla fine andai con loro, immaginando che sarebbe stato solo per qualche giorno», ha raccontato a Reuters. Pochi giorni che si tramutarono in 7 anni di prigionia presso uno dei tanti bordelli militari giapponesi presenti nella Corea del Sud in Indonesia e a Singapore. Oggi la donna ha 90 anni ed è una delle 47 ‘comfort women‘ ( le jugun ianfu) coreane ancora in vita fra le 238 che decisero di denunciare pubblicamente quello che era loro accaduto durante l’occupazione militare del loro Paese nel corso della seconda guerra mondiale.

Jan Ruff-O'Herne

PROSTITUTE CON LA FORZA
Secondo le stime degli attivisti dovrebbero essere state circa 200 mila le ragazze e le donne che condivisero la stessa sorte di Kim. Strappate alle famiglie con l’inganno e con la forza per andare a costituire una sorta di ‘esercito di prostitute‘ al servizio degli invasori nipponici. Picchiate, tenute prigioniere, violentate ripetutamente anche da 30 uomini al giorno, costrette ad abortire se incinte, uccise se troppo riluttanti. Questo è stato il destino di donne e ragazze, alcune così giovani da non aver ancora avuto il primo ciclo mestruale. Sorte che toccò anche a varie donne olandesi furono prelevate a forza dai campi di prigionia a Giava da ufficiali dell’Esercito Imperiale del Giappone, per diventare schiave sessuali. Una di loro, Jan Ruff-O’Herne, testimoniò le atrocità che fu costretta a subire nel libro 50 years of silence.  «Sono stata sistematicamente picchiata e violentata giorno e notte. Anche i dottori giapponesi mi stupravano ogni volta che venivano nei bordelli per visitarci a causa delle malattie veneree».

 Comfort Women a Myitkyina Burma, nell'agosto del 1944.

Comfort Women a Myitkyina Burma, nell’agosto del 1944.

DARSI FUOCO PER PROTESTA
Il 15 agosto 2015 si celebrano i 70 anni dalla fine della guerra e il presidente della Corea del Sud Park Geun-hye ha detto che questa potrebbe essere l’ultima occasione che i vicini giapponesi per fare ammenda in modo formale, anche perché le sopravvissute sono sempre meno ogni anno che passa. «Finché la questione non sarà chiusa non saremo mai veramente libere», ha detto Kim. Una macchia lontana nel tempo ma che la popolazione coreana vive ancora intensamente tanto che le manifestazioni di protesta sono già iniziate con oltre 2 dimostranti tra cui un uomo di 81 anni che nella mattina di mercoledì 12 agosto si è dato fuoco per protesta davanti all’ambasciata giapponese a Seoul ma non sarebbe in pericolo di vita.

SONO ATTESE LE SCUSE UFFICIALI
Secondo il premier coreano, delle scuse ufficiali dal premier Shinzō Abe non sono mai arrivate. A loro avviso non ci sarebbe prova del coinvolgimento diretto del governo giapponese nel rapimento e abuso delle ragazze. Il primo ministro nipponico ha fatto sapere che si attiene alle scuse rivolte nel 1993 (Dichiarazione di Kono) dell’allora capo di gabinetto Yohei Kono. Nel 1995 il Giappone istituì anche un fondo che offrì un risarcimento e una lettera di scuse firmata dai vertici politici a ogni vittima ma un’ammissione di colpa dalla bocca del capo de governo deve ancora essere pronunciata.

 

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