Non sono la mia fragilità

Bulimia, violenze sessuali, ansie, discriminazioni si combattono anche scrivendosele addosso. La mostra fotografica What I Be mira a raccontare come. Guarda la gallery.

«Io non sono le mie cicatrici», «Io non sono il mio accento», «io non sono la violenza sessuale che ho subito». Non lo sono non perché questi problemi non esistono ma perché ho imparato ad affrontarli e non permetto loro di definirmi come persona. È questo il messaggio che 2500 persone, l’80% di cui sono donne, hanno lanciato grazie al progetto fotografico di Steve Rosenfield What I Be. Dal 2010 il fotografo ha chiesto a ogni partecipante a quella che poi sarebbe diventata la mostra di farsi fotografare con la propria fragilità letteralmente scritta addosso. Sono emerse questioni personali, malattie mentali, sessualità, abusi, violenze, problemi di identità di genere, complicate dinamiche familiari, angosce e disturbi legati all’alimentazione. Problemi dei quali ognuno ha preso coscienza e che combatte quotidianamente. «Non stanno negando le loro insicurezze, loro, sanno di possederle», ha spiegato Rosenfield sul sito. Ecco nella gallery le immagini più potenti.

 

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