«Gli italiani? Cinici e nichilisti»

di Paola Medori
Intervista al vincitore del Premio Strega Nicola Lagioia. Che non ci racconta solo il suo romanzo La ferocia, ma anche l'incontro con la moglie Chiara, la crisi europea e che cosa significa scrivere libri.

lagioia 2Il vincitore del Premio Strega 2015 è Nicola Lagioia con La ferocia (Einaudi, pp. 418, 19,50 euro). Una notte da Oscar per Nicola, che nel look e nel sorriso contagioso ricorda un po’ l’attore inglese Eddie Redmayne. Lo scrittore pugliese sale sul palco e dedica la vittoria del prestigioso riconoscimento letterario alla amata moglie Chiara. «Senza di lei, La ferocia non sarebbe stato possibile», dice mentre stringe forte, proprio come se fosse la preziosa statuetta, la bottiglia dello storico liquore.

STATO DI NATURA
Il romanziere 41enne ha stracciato gli avversari, battendo La sposa di Mauro Covacich e la misteriosa Elena Ferrante con Storia della bambina perduta sponsorizzata da Saviano. Disponibile, leggero ed entusiasta, Nicola ci racconta il suo romanzo noir.  La storia di una potente famiglia di costruttori e di un padre al comando, del rapporto d’amore tra uno dei figli e la sorella morta. Al centro un complicato intreccio di loschi affari e corruzione di una famiglia che è il simbolo della rovina e del declino contemporaneo. Lagioia interpreta un «Sud verticale», dove «la Puglia rappresenta l’Italia». «La ferocia per me è un ritorno allo stato di natura, alla legge della giungla da cui credevamo esserci affrancati, ma che riemerge in questo periodo di crisi».
Lagioia-Nicola-Chiara2DOMANDA: Senza di lei «La ferocia non sarebbe stato possibile». Dietro un grande scrittore c’è sempre una grande moglie?
RISPOSTA: L’ho dedicato a mia moglie Chiara. Senza di lei veramente non ce l’avrei fatta a scrivere questo libro. Innanzitutto perché ci ho messo cinque anni di scrittura intensa, giorno e notte, sabato e domenica e lei mi era accanto, incoraggiandomi. Fitzgerald diceva che «scrivere un romanzo è nuotare sott’acqua e trattenere il fiato», e tu lo trattieni uno, due, tre anni, tanto quanto dura la stesura del libro che stai scrivendo. Fino a quando non esce non hai la sicurezza di aver fatto qualcosa di buono. Se qualcuno, oltre alla casa editrice, crede in quello che stai facendo è una marcia in più.
D: Ci parli del vostro rapporto.
R: Abbiamo molte cose in comune, entrambi amiamo le storie gotiche. Tra i nostri libri preferiti c’è Cime tempestose. Quando l’ho vista per la prima volta, aveva i capelli legati e dietro il collo tatuato il nome Heathcliff, che è il protagonista maschile del romanzo di Emily Brontë. Ho subito pensato: questa donna è interessante! Oltre ad avere comuni gusti letterari, condividiamo l’amore per alcune atmosfere cinematografiche. Siamo tutte e due appassionati di David Linch, Twin Peaks e Cuore selvaggio sono le nostre stelle polari. Il primo bacio ce lo siamo dati al cinema guardando Inland Empire, sempre di David Linch.
D: Come l’ha aiutato?
R: Oltre a condividere la vita, dividiamo un bel pezzo di immaginario. Durante la stesura de La ferocia spesso la interrogavo sulla verosimiglianza dei personaggi. Da questo punto di vista l’ho dolcemente vampirizzata. La scrittura di un romanzo è un’avventura solitaria. Sei da solo davanti alla pagina, ma fuori da quel foglio c’erano lei, Chiara ‘Medium’, e Lunedì, la nostra gatta, che guardavo dormire pacificamente, un vero antistress contro i blocchi creativi. Il mio piccolo nucleo famigliare mi ha protetto.
lagioiaD: Un romanzo sulla contemporaneità. Che cosa hai voluto raccontare?
R: È un romanzo sull’Italia di questi anni anche se ambientato a Bari, che rappresenta la parte di un tutto. Sciascia diceva che la Sicilia è una metafora dell’Italia e anche io posso dire altrettanto. La ferocia è il ritorno dello stato di natura, della legge della giungla. George Orwell affermava che «a stomaco vuoto si ragiona male e si perdono le forze», ed è effettivamente quello che succede quando l’istinto di prevaricazione, sempre presente in noi, riemerge in maniera più prepotente.
D: Chi sono i protagonisti del romanzo?
R: Al centro del mio romanzo c’è una famiglia di costruttori ricca, potente e corrotta. Ma a un certo punto nascono dei figli ‘sbagliati’ che non condividono lo stesso linguaggio, quello del potere che ha sempre una radice di violenza.
D: Che cosa vuole comunicare al lettore?
R: È difficile raccontare l’Italia senza passare per le famiglie. Siamo il Paese del ‘familismo amorale’. La famiglia in Italia è il primo nucleo sociale che riusciamo a immaginare e questo va benissimo. Il problema è che spesso è anche l’ultimo nucleo che riusciamo a immaginare. Questo non va bene perché abbiamo poco senso della comunità e spesso le famiglie diventano dei clan. Tutto quello che sta fuori dalla porta di casa, invece che un terreno di condivisione, diviene qualcosa da conquistare.
10151953_10202346774884876_3209154557242045953_nD: La ferocia, come il titolo del libro, è quello che sta accadendo ora ad Atene? Che ne pensi del risultato del referendum?
R: Dico che c’è l’obbligo di trovare un accordo. Da una parte i greci hanno sicuramente delle colpe, sono entrati in Europa truccando i conti e i governi successivi hanno avuto delle politiche economiche non limpide. Quindi c’è una multa che il popolo greco deve pagare. Il problema è che questa multa non la si vuole mitigare. Il fatto che non si riesca trovare un punto di contatto è una responsabilità di tutti i paesi europei, prima fra tutte la Germania.
D: Perché proprio la Germania?
R: Perché se è vero che la Grecia ha una colpa levantina, alla fine è anche una questione di diversi poli culturali che non riescono ad armonizzarsi, perché da una parte c’è la ‘mollezza’ della Grecia, dall’altra c’è la Germania che non è riuscita ad avere una leadership politica così come l’ha avuta sul piano economico. Quando la Merkel dice che senza l’euro non c’è l’Europa per me è come se dicesse una bestemmia, perché è esattamente il contrario: è senza Europa che non c’è l’Euro.
D: Questioni di priorità?
R: Prima capiamo su quali valori si fonda la nostra casa comune e poi mettiamo l’economia al servizio di questi valori, non il contrario. Fondare, se mai ci saranno, gli Stati Uniti d’Europa su una moneta, e non su dei valori condivisi, mi sembra un po’ un’aberrazione ed è il rischio che stiamo correndo.
D: Che cosa manca agli italiani per uscire dal difficile momento che stiamo vivendo?
R: Gli italiani stanno diventando cinici e anche un po’ nichilisti. Pensare che qualunque cosa si faccia non valga la pena è un pensiero da sconfitti in partenza. Da una parte ci lamentiamo che ‘tutto va male’ e dall’altra abbiamo difficoltà a metterci in gioco e rinunciamo al conflitto. Ci mettiamo alla finestra e iniziamo a giudicare gli altri senza muovere un dito e senza partecipare alla cosa pubblica. Far parte di una democrazia non vuol dire solo votare, ma partecipare alla vita politica di un paese. Questo non lo vedo qui da noi. C’è poca voglia di ‘conflitto’, inteso in senso positivo.
D: Un difetto atavico?
R: L’Italia aspetta da sempre l’uomo della provvidenza, dai tempi di Dante. Ma non esiste l’uomo della provvidenza, non viene da Arcore né da Firenze, né da Bari o da Genova. Se pensi che arriverà qualcun altro, in realtà non ti stai mettendo in gioco in prima persona. La democrazia è proprio questo. L’uomo della provvidenza è il popolo.
D: Andreotti diceva: «Il potere logora chi non ce l’ha». Come cambiare questa sete di denaro e potere?
R: Bisogna ritrovare il senso della comunità. In Italia abbiamo avuto una classe dirigente, prima che politica, poco illuminata. Pochi grandi imprenditori, come Olivetti, mettevano i valori prima del denaro. In Italia avrebbe dovuto vincere il modello Olivetti. Lui sapeva benissimo, come i bravi capitalisti, che se una comunità lo aveva arricchito, lui aveva l’obbligo e il dovere di restituire qualcosa a quella comunità. La nostra classe dirigente possiede poco questa cultura. Se si sblocca questo ‘interruttore culturale’ quella sete di denaro si trasforma. Si cresce solo se si cresce insieme.
10628294_10203409178244296_8098562267254078111_nD: Vincitore del Premio Strega. Da Ennio Flaiano a lei, oggi che funzione ha la letteratura?
R: La letteratura ha una grande funzione. Noi scrittori non dobbiamo necessariamente cambiare il mondo, ma abbiamo l’obbligo di raccontare storie.  Non sono d’accordo con chi scrive il romanzo per debellare la mafia, per rovesciare il governo o risolvere il problema della disoccupazione. Poi magari succede pure che un romanzo cambi il mondo, ma non è questa la sua diretta e immediata funzione.
D: Qualche esempio?
D: Pensate alla Germania di Weimar. C’erano i più grandi scrittori, filosofi, artisti, musicisti. Eppure La montagna incantata di Thomas Mann non ha impedito l’ascesa del Terzo Reich. Ma è anche grazie a libri come La montagna incantata, le poesie di Paolo Zelan o le testimonianze di Primo Levi che siamo in grado di riconoscerci ancora come esseri umani, nonostante i veri e propri disastri della specie che ci trasciniamo dietro per essere fatti come siamo fatti. Noi siamo dei legni storti. La letteratura racconta i legni storti e non ha la pretesa di volerli raddrizzare.
D: Qual è il ‘collega’ che ammira di più e perché?
R: Tra gli scrittori americani William Faulkner, tra i sudamericani uno di quelli che amo di più è Roberto Bolaño. Amo molto Philip Roth e Ellis Marrow, Celine e Proust. Tra gli italiani Aldo Busi, che ha un grandissimo senso della lingua. Mi piace Thomas Bernhard, grande scrittore austriaco. Insomma, ce ne sono tanti. Mi piace la letteratura massimalista.
D: Il complimento più bello che hai ricevuto?
R: Ho ricevuto reazioni forti da questo libro, sia positive che negative: quelli che lo hanno amato molto ma anche chi lo ha rigettato. Quelli che mi dicono «mi è piaciuto così tanto da farmi stare male», ecco, quello è il complimento più bello. Il fatto di scatenare delle emozioni diverse mi ha fatto capire che La ferocia è diverso dagli altri romanzi che avevo scritto.
D: Lei fa parte del comitato di selezione della Mostra del Cinema di Venezia. Qual è il suo rapporto con la settima arte?
R: Sono influenzato dal cinema. Gli scrittori sono come dei vampiri: si nutrono di qualsiasi forma d’arte gli capiti sotto tiro. È bene farsi suggestionare dal cinema e tradirlo quel tanto che basta per riportare poi quello che ti serve sulla pagina con codici squisitamente letterari e non cinematografici.
D: La ferocia è conteso dai più grandi registi italiani per farne un film?
R: È stata acquistata l’opzione da una casa di produzione cinematografica. Qualche regista è interessato, però è ancora tutto quanto in fieri. Fra un annetto, ma spero prima, forse potrò dire qualcosa di più.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , , , Data: 08-07-2015 10:42 AM


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