Un ostello per i senzatetto

di Caterina Belloni
Intervista a Claudia Buccellati, la signora del lusso che ha deciso di mettere le sue competenze al servizio degli homeless creando un'area a loro riservata nel Policlinico di Milano.

Dottoressa Claudia BuccellatiPer  anni si è occupata di gioielli nell’azienda di famiglia, ma anche di moda e di lusso, con un ruolo di primo piano nell’Associazione Montenapoleone. Ma, nonostante questo, Claudia Buccellati, 68 anni di pura energia, non si è mai dimenticata di chi ha meno di lei. Come manager impegnata nel settore edile e nel marketing, e come componente del consiglio di reggenza di Banca d’Italia, ha tenuto d’occhio la società, convinta che «se si fa qualcosa di bene per gli altri, si sta tutti meglio». Anche per questo qualche mese fa ha cominciato a lavorare per aiutare i senzatetto di Milano, inventando il progetto Homeless e rendendosi disponibile 24 ore su 24 perché tutto funzionasse al meglio. In questa intervista racconta i dettagli di questa avventura filantropica e soprattutto lancia un appello perché la miopia non vanifichi tutto quello che è già stato fatto.

Foto progetto Homeless 2DOMANDA: Dottoressa Buccellati, posso chiederle come mai una signora dell’alta società milanese ha deciso di impegnarsi per i senzatetto?
RISPOSTA: Da anni frequento il Policlinico di Milano, sia per ragioni personali, sia perché sono socio fondatore dell’Associazione per il Policlinico Onlus, che ha come mission quella di migliorare le condizioni di vita all’interno dell’ospedale. Di recente mi ci sono dovuta recare spesso e ho scoperto che al Padiglione Sacco e al pronto soccorso bivaccavano parecchi senzatetto, che nessuno mandava via. Un fraintendimento dell’idea di accoglienza, secondo me. Bisognava fare qualcosa, così è nata l’idea del progetto Homeless.
D: Che cosa prevede esattamente?
R: Ho chiesto al presidente della Fondazione Ca’ Granda Giancarlo Cesana uno spazio dove sistemare delle tende, sponsorizzate dalla Decathlon, e ho organizzato in questo modo degli spazi riservati e riparati per i senza tetto. La Diocesi ci ha concesso di utilizzare anche lo spazio della chiesa di via Pace 9, dove non si celebra messa e che si trova dentro il Policlinico.
D: Come sono organizzati questi spazi?
R: Sono separati dall’ospedale e hanno un ingresso dedicato. Tutte le sere, tra le 19 e le 22, gli homeless possono entrare, sistemarsi in una tenda e riposare più protetti. Alle 7 del mattino devono lasciare lo spazio, perché lì vicino aprono gli ambulatori diurni, ma prima che se ne vadano ricevono caffè e cornetto come colazione.
Foto progetto Homeless 3D: Una specie di ostello?
R: Sì, ma molto organizzato. Ogni homeless viene registrato e riceve una tessera che monitora il suo accesso al servizio. Di notte c’è un sistema di guardiani con un responsabile che controlla che non ci siano problemi di sicurezza o d’ordine. Per poterci organizzare in questo modo abbiamo stipulato dei protocolli d’intesa con l’Associazione poliziotti italiani, con il comune di Milano e con il Policlinico, ma alla fine non ci sono mai state difficoltà.
D: Quali sono state le tempistiche per avviare il progetto?
R: Ho cominciato a pensare a questa cosa lo scorso novembre, abbiamo iniziato a febbraio e a fine giugno la sperimentazione si è conclusa con successo, visto che c’è stato un solo episodio di violenza notturna, con una piccola rissa, in tutto questo tempo. Abbiamo avuto in media venti ospiti a sera, di un’età compresa tra i 75 e i 35 anni, con tanti giovani e solo 5 stranieri. Il problema è grave e riguarda tutti. Però adesso i soldi dell’associazione sono finiti.
D: E allora adesso che cosa succede?
R: Lanciamo un appello perché il progetto non decada per mancanza di finanziamento. Abbiamo chiesto alle 80 associazioni di volontariato che operano nel Policlinico di darci un aiuto, ma solo tre hanno risposto. E da soli non riusciamo a sostenere le spese. Quindi cerchiamo sostegni.
Foto progetto homeless 4D: A chi rivolge il suo appello?
R: A tutti, perché è nell’interesse di tutti. Anche in altre città, ad esempio a Roma, vogliono copiare questo modello. Avere homeless in giro per gli ospedali non è sicuro né igienico, bisogna trovare una soluzione che vada a vantaggio dei ricoverati, dei medici, delle infermiere. Chiunque può darci una mano, basta collegarsi al nostro sito e fare una donazione all’iban indicato.
D: Se mi permette, però, è davvero singolare che una donna come lei, che appartiene all’alta società e ha sempre vissuto nel lusso, si ricordi di chi ha meno e si metta al lavoro per dare una mano. Che cosa la spinge a farlo?
R: Tre cose. Anzitutto la mia educazione. I miei genitori sin da piccola mi hanno insegnato a condividere le cose. Quando arrivavano i regali di Natale dovevo sceglierne uno e rinunciare per darlo ai bambini poveri, una decisione faticosa e anche dolorosa per una bambina, ma che mi ha insegnato molto. Poi mia madre e mio padre portavano me e i miei fratelli al Cottolengo a incontrare le persone meno fortunate, perché non vivessimo sotto una campana di vetro.
D: E le altre due motivazioni?
R: In secondo luogo, io amo risolvere i problemi: per me non esistono problemi, ma soluzioni per i problemi. Sono fatta così. Infine, penso che se stiamo attenti a quello che ci accade intorno e riusciamo a impegnarci per gli altri il mondo sarà migliore anche per noi. Lo chiami pure altruismo egoistico, se vuole.

Onestamente, chiamarlo altruismo può bastare.

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