«Lotto in ricordo di mio figlio»

di Caterina Belloni
Andrea fu investito a un semaforo all'età di 15 anni. Intervista alla madre Elisabetta Cipollone, che si è battuta per l'istituzione del reato di omicidio stradale, diventato legge il 2 marzo 2016.

L’omicidio stradale non è più solo un argomento di discussione. Il Senato ha approvato la legge in via definitiva, grazie alla quale l’omicidio stradale diventa un reato a sé. Un passo avanti che soddisfa i parenti delle vittime della strada, da anni in prima linea per far capire che una persona uccisa da un’automobile merita giustizia tanto quanto chi riceve una coltellata o un colpo di pistola.

imageLA STORIA DI ELISABETTA
Tra loro c’è anche Elisabetta Cipollone, 53 anni, che dalla sua casa di Peschiera Borromeo, alle porte di Milano, combatte contro le ingiustizie. A spingerla in prima linea è stata la morte tragica di suo figlio Andrea De Nando. Nel tardo pomeriggio del 29 gennaio 2011, Andrea, che aveva 15 anni, tornava dall’oratorio con suo fratello gemello Christian e un amico. Era qualche metro più avanti rispetto a loro e ha attraversato la strada sulle strisce pedonali, con il semaforo verde, ma un’automobile è arrivata ad alta velocità, ha bruciato il semaforo e incenerito la sua giovane vita. Per Elisabetta, che lavorava per una multinazionale, in un secondo il mondo si è capovolto. «Quella sera tutto è cambiato. Ho cominciato ad affrontare processi e tribunali perché volevo che l’assassino di mio figlio venisse punito, ma ho capito che non ci poteva essere giustizia per noi».

ThinkstockPhotos-158000114DOMANDA: Adesso però le cose stanno cambiando. Che cosa pensa di questa legge?
RISPOSTA: Penso che abbiamo fatto un passo avanti ma ci sono ancora tante cose per cui combattere. Vede, la legge così com’è prevede pene severe per chi si mette al volante drogato o ubriaco, ma alcune altre cose sono state cancellate. Ad esempio, non è stato riconosciuto come elemento per l’omicidio stradale il fatto di passare con il semaforo rosso o l’inversione di marcia.
D: Questo cosa significa?
R: Significa, per esempio, che i quattro ragazzi francesi uccisi lo scorso anno vicino ad Alessandria da un uomo che aveva bevuto troppo e ha fatto inversione in autostrada per arrivare prima a recuperare il telefonino che la sua ragazza aveva dimenticato in discoteca, non potranno avere giustizia.
D: Una mancanza pesante…
R: Sì, come il fatto che non sia stato dato riconoscimento alla colpa di distrazione consapevole. C’è chi mentre guida controlla Facebook, manda un’email o scrive un sms. Sa che non è attento, ma lo fa. Ecco, se provoca un incidente dovrebbe essere punito in modo severo.
ThinkstockPhotos-178494289D: Insomma questo decreto non la rende felice.
R: No, non voglio dire questo. È un primo passo. Continuo però a sentirmi frustrata. La certezza della pena per reati come questo non esiste e poi le vittime sono abbandonate a sé stesse. Lo sa che esiste il garante per i diritti dei detenuti, ma nessuno ha mai pensato di istituire quello per le vittime?
D: Invece i parenti delle persone uccise sulle strade sono tanti e agguerriti. Se questa legge è arrivata in Parlamento è anche merito loro. Lei è stata tra i primi a combattere.
R: In realtà c’era già un forte movimento di cui io non sapevo nulla, come del resto è normale. In questi anni mi sono resa conto che nemmeno i politici e i giornalisti sono a conoscenza di quanto ridotta sia la tutela per i parenti di chi muore in un incidente stradale. Quando ho cominciato a occuparmi di questa cosa ho deciso di mettere tutta me stessa nella battaglia.
D: Che cosa la spinge a continuare a combattere?
R: Ho giurato ad Andrea, mentre lo calavano sotto un metro e mezzo di terra, che avrei lottato perché avesse giustizia. Ho lasciato il mio lavoro perché non potevo più continuare a stare in ufficio dopo quello che era accaduto e mi sono dedicata a questo e ad altri progetti per lui, come la costruzione di pozzi in Africa. A breve inaugurerò il nono creato in ricordo di mio figlio. Così, anche grazie a lui, ci sono 9mila persone che hanno acqua da bere.
ThinkstockPhotos-452463113D: Ma voi un po’ di giustizia l’avete avuta.
R: Sì, alla fine in Cassazione l’uomo che ha investito Andrea è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di reclusione e si è anche fatto 20 giorni di carcere, caso più unico che raro. Poi però è tornato a casa, mentre Andrea non suonerà più al mio campanello.
D: Proprio perché la sua perdita non si può recuperare, lei continua a combattere.
R: Sì. Le cose da fare sono tante. In questi anni ho bussato alle porte dei politici di ogni partito, sono andata in televisione, sono stata a parlare nelle scuole, ho scritto lettere, organizzato eventi e manifestazioni di protesta. La sensibilizzazione è l’unica arma che abbiamo per evitare nuove stragi. Un’arma che costa fatica, però. Ogni volta che devo raccontare di Andrea la ferita dentro di me si riapre. Non lo faccio per avere visibilità o importanza. Lo faccio perché la morte dei nostri cari non sia stata vana.

Da quattro anni Elisabetta Cipollone non ha più un lavoro ma, di sicuro, ha una missione da compiere. In ricordo di Andrea e dei suoi occhi blu.

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