«Il mio Arlecchino è anarchico»

di Paola Medori
Intervista a Giorgio Pasotti che svela i segreti del suo primo film da regista. Al centro della vicenda il rapporto tra padre e figlio, ma c'è spazio anche per riflettere sull'amore e sul mondo televisivo.

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Giorgio Pasotti racconta, con entusiasmo e passione, Io, Arlecchino, una favola romantica diretta a quattro mani con Matteo Bini. Un debutto riuscito, dietro la macchina da presa, dell’attore bergamasco che ne è anche il protagonista, accanto all’eccezionale Roberto Herlitzka. Il film, al cinema dall’11 giugno, è un racconto delicato, un tributo alla celebre maschera bergamasca e una poetica storia sul valore della tradizione, sull’amore e la riscoperta del legame tra padre e figlio. Paolo (Giorgio Pasotti), conduttore di un noto talk show televisivo, ritorna nel piccolo paese d’origine, perché suo padre Giovanni (Roberto Herlitzka), anziano attore teatrale, è malato. Un luogo fuori dal tempo, dove Giovanni vuole continuare a recitare con la piccola compagnia del borgo, mettendo in scena spettacoli e maschere della Commedia dell’arte. Un incontro speciale, per riscoprire e riscoprirsi, tra passato e presente. Attraverso l’antica e divertente magia del folletto colorato, Paolo trova un nuovo se stesso, prende forza dal palco e si trasforma, come Arlecchino, «pur sempre padrone della sua libertà».

IoArlecchine_StillOnline_14DOMANDA: Come è nata l’idea di raccontare questa favola moderna attraverso il linguaggio teatrale?
R: Io, Arlecchino parla di una storia moderna attualissima che utilizza un linguaggio favolistico e dove si mettono a confronto due mondi differenti, quello della Commedia dell’arte e quello televisivo, fatto di falsi miti, dei canoni e dei linguaggi che tutto conosciamo. Il film mette in relazione varie realtà che stanno agli opposti. Un padre e un figlio, due generazioni diverse, due mondi.
D: Di che cosa parla davvero questo film?
R: È un film sull’identità. Una favola dove abbiamo cercato di recuperare un certo romanticismo ormai perduto. Le storie d’amore che si vedono oggi al cinema sono spiattellate, molto viste, consumate forse anche troppo.
D: E com’è raccontato invece l’amore nel suo film?
R: I protagonisti del mio film vivono, al contrario, un amore mai visto, ma solo sottinteso. Come in questa storia anche io credo nell’amore che prima di essere ‘consumato’ entra in quella sfera di romanticismo, di conoscenza, di sentire le cose che nascono da dentro e poi si manifestano con tutto il resto.
D: Qual è stato il momento più difficile e il più bello di questa ‘prima volta’ da regista?
R: Per assurdo è stato tutto abbastanza semplice, sia la realizzazione che la fase di post produzione. È stato tutto abbastanza facile perché il film è stato messo su velocemente, il cast era quello a cui pensavo e che sognavo di avere. Le riprese sono state realizzate con la fatica del set ma con un umore fantastico, costruttivo e con grande unione di intenti.
D: Tutto bene, quindi.
R: In realtà, la fase più delicata ha poco a vedere con l’aspetto artistico. È la fase di promozione e di lancio del film dove gli attori e il regista hanno ben poca importanza.  Il film esce l’11 giugno, in un mese difficile. Un po’ mi dispiace ma queste sono le dinamiche delle distribuzione.
IoArlecchine_StillOnline_25D: I due protagonisti, un padre e un figlio, riaprono vecchie ferite nel loro rapporto per poi ritrovarsi. C’è qualcosa di autobiografico?
R: Nonostante abbia fatto questo film, grazie a Dio, ho un bellissimo rapporto con mio padre. Mentre è molto autobiografico Mio papà, di cui ho scritto la sceneggiatura, e che trattava il tema della paternità non naturale. Inconsciamente il mio essere padre ha influenzato molto l’approfondimento di questo tema, che comunque mi è molto caro.
D: Sotto quali punti di vista?
R: Soprattutto nei termini di rapporto padre-figlio, padre-figlia, inteso come passaggio di consegne nel quale un padre cerca di insegnare al proprio figlio tutta l’esperienza, la cultura, le nozioni che ha accumulato nella sua vita. Il passaggio di testimone è il tema centrale del film.
D: Il protagonista Paolo riscopre la Commedia dell’Arte e nello specifico la maschera di Arlecchino, simbolo di forza, energia e della capacità di reinventarsi. Questo succede anche a te?
R: La maschera di Arlecchino insegna molto e fa parte della storia più profonda della cultura italiana. Lui è un personaggio che rappresenta l’italianità, nei termini di sapersi arrangiare in ogni circostanza della vita. In ogni condizione che gli capita di vivere, Arlecchino ce la fa, attraverso il suo estro, la sua fantasia e anarchia.
D: E poi è uno che parla chiaro.
R: Questo è quello che mi ha sempre affascinato di questa maschera. Pochi personaggi possono permettersi di dire quello che pensano, senza filtri come fa lui. Dire anche verità scomode e risultare sempre simpatico. Lui riesce a catturare l’attenzione della gente, senza sembrare invadente, presuntuoso e arrogante.
D: Un personaggio che lasciato una sorta di eredità nel mondo dello spettacolo?
R: Arlecchino è un po’ il padre di tutti i comici. Tutti, da Charlotte a Totò, sono figli di quella matrice, tutta italiana, rappresentata da Arlecchino. Già dal vestito, pezzi di stoffa trovati qua e là,  emerge un modus operandi tipicamente italiano. Quella vivacità, quell’essere estroversi, sapersi veramente arrangiare e riuscire ad emergere in ogni situazione con una grande creatività.
IoArlecchine_StillOnline_21D: Un viaggio nel passato alla riscoperta delle proprie radici e della tradizione per ritrovare una nuova identità. Può essere visto come un suggerimento anche per i giovani?
R: Sono dell’idea che in questo periodo di crisi, non solo economica ma anche di valori, il tornare a riscoprire le proprie origini, la propria cultura, di cui peraltro noi siamo ricchissimi, sarebbe un’ottima strada per ritrovarsi e trovare stimoli e nuove possibilità professionali. Gustav Mahler, il grande compositore, ha detto: «La tradizione, non solo delle ceneri da ammirare, da osservare, ma la tradizione è un fuoco, vivo, acceso che va passato di mano in mano». Credo che sia una frase assolutamente azzeccata, al di là del mio film.
D: Le luci della ribalta o il silenzio della provincia bergamasca, due mondi diversi. Oggi cosa sogni?
R: A me piacciono gli estremi o, più semplicemente, come mi capita spesso di fare, vivere a tratti. Io faccio un lavoro per cui sto sul palco, sotto le luci della ribalta proprio perché il mestiere è quello, non perché io lo voglia fare. Amo quella tranquillità e serenità che solo alcuni posti ti possono offrire e mi rifugio in luoghi dove ci sono altri ritmi di vita e altre aspettative, dove è tutto molto più naturale, più semplice.
D: Attore versatile, dalla fiction televisiva passando ai video musicali, al cinema ma anche grande sportivo e scrittore. Uno, nessuno o centomila Pasotti?
R: Credo che si debba fare una cosa sola, nella vita, e farla bene. Per assurdo, però, mi sono ritrovato a fare molte cose, tanto diverse le une dalle altre. Alla fine sono una persona molto eclettica. Mi piace non darmi dei limiti finché anche il fisico e la mente me lo permettono. Sperimentare è una cosa che mi piace molto.
attends the Giorgio Armani 40th Anniversary  Silos Opening And Cocktail Reception on April 30, 2015 in Milan, Italy.D: L’altra tua grande passione negli ultimi anni sembra essere la scrittura. Come procede?
R: Ho scritto qualche anno fa il romanzo Dentro un mondo nuovo, un viaggio di formazione di un ragazzo. Ho molti altri progetti che mi piacerebbe raccontare, ma da dietro la macchina da presa. La vita è solo una e credo che vada vissuta, anzi consumata, quindi perché porsi dei limiti? Lo trovo incoerente, poi il tempo passa, in un attimo si è vecchi e vivere con i rimorsi non è assolutamente piacevole.
D: Sei stato testimonial della campagna, voluta da Telefono Donna, Mettetevi nei panni delle donne, contro la violenza sulle donne. Puoi raccontarci qualcosa di questa iniziativa e il tuo rapporto con l’universo femminile?
R: L’universo femminile è in fase di evoluzione. Sto ancora cercando di capirlo con grande difficoltà, è un rapporto che va avanti nel tempo con risultati altalenanti, alti e bassi. Sono fermamente convinto che si debba fermare la violenza sulle donne, ma sono altrettanto convinto, e dirò una cosa non politicamente corretta, che andrebbero tutelati anche gli uomini. Oggi subiscono delle violenze non certo fisiche, ma psicologiche.
D: In che senso?
R: Nei momenti di separazione la coppia viene messa veramente alle strette. Se molto spesso l’uomo usa la violenza fisica, la donna ricorre ad una violenza psicologica altrettanto dura e drammatica. Ho preso parte a questa iniziativa nobile e allo stesso tempo però ritengo che bisognerebbe pensare a farne una anche per gli uomini.
D: Presto ti vedremo a teatro con Il metodo di Jordi Galceran, thriller con Gigio Alberti e Antonello Fassari, per la regia di Lorenzo Lavia. Parlaci di questo nuovo spettacolo.
R: Siamo nel bel mezzo delle prove. A fine giugno debutteremo al Napoli Teatro Festival Italia. Il metodo è un testo molto significativo, moderno e attualissimo, perché racconta di un metodo svedese che le multinazionali adottano nel momento in cui devono assumere del personale.
D: Ovvero?
R: Si tratta di un metodo cinico, investigativo, che sconvolge le vite private delle persone e non rispetta l’essere umano. Per assurdo, sono le persone più ciniche e fredde, con pochissimo tatto e un passato sporco, che riescono a superare una selezione di questo tipo.

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2 risposte a “«Il mio Arlecchino è anarchico»”

  1. Rita scrive:

    Complimenti bellissima intervista che non si sofferma soltanto sull’ovvio argomento della promozione del film, ma spazia a 360 gradi sull’attore, registra e uomo Pasotti. Gradevole e scorrevole la lettura senza troppi tecnicismi a volte difficili da seguire per i non “addetti ai lavori”.

  2. Nick scrive:

    Ho letto l’intervista mi sembra molto interessante. Seguo Giorgio Pasotti dai tempi di “Volevo solo dormirle addosso” e ho sempre ammirato il suo stile contenuto ma che nasconde molto talento. Discrete anche le domande a cui lui ha risposto in modo generoso. Si è concesso senza pudore. Brava la giornalista!

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