«Il futuro sta nel passato»

di Francesca Amé
Intervista all'artista Marzia Migliora, che dopo la Biennale di Venezia porta le sue idee a Milano nell'ambito della mostra Fashion as social energy.

Nutrire il pianeta sì, e anche la sua mente. È pensando a Expo, e soprattutto al potere dirompente della moda e dell’arte contemporanea, che Palazzo Morando, il delizioso museo della moda nel cuore del quadrilatero milanese – siamo in via Sant’Andrea, al civico 6 – ha ideato ‘Fashion as social energy‘, una mostra curata da Anna Detheridge e Gabi Scardi che indaga il rapporto tra arte e moda, intese come forma di energia sociale capaci di influenzare il presente (fino al 30 agosto).  Tra i quattordici artisti internazionali chiamati a dire la loro sul tema, non mancano le donne: le italiane Claudia Losi e Ra di Martino, l’olandese Mella Jaarsma, la greca Maria Papadimitriou. C’è anche Marzia Migliora, fresca fresca di inaugurazione veneziana nel Padiglione Italia della Biennale d’Arte.

Migliora-CoppolaIO IN TESTA
Qui a Milano presenta un lavoro con Luigi Coppola. Entrambi del ’72, natali piemontesi lei, pugliesi lui, a Palazzo Morando presentano ‘Io in testa‘, un progetto a quattro mani nato due anni fa, durante il periodo dell’occupazione del Teatro Valle a Roma. È una complessa installazione. Letteradonna.it ha incontrato Marzia Migliora – minuta, trecce raccolte sopra le orecchie, occhi azzurri – e le ha chiesto di spiegarcene il senso.

DOMANDA: In una sala della mostra esponete dei copricapi fatti con carta di giornale.
RISPOSTA: Tutto è nato nel maggio del 2013. Abbiamo fatto un laboratorio al Valle occupato e il tema era quello di mettere in testa la cultura come bene comune, come priorità dello sviluppo sociale.
D: E che cosa c’entrano allora i cappellini di carta che oggi vediamo allestiti in diverse forme?
R: Chi ha partecipato al nostro laboratorio ha realizzato i tipici cappellini da muratore, quelli fatti a barchetta, con fogli di giornale. È un richiamo al lavoro, ai mestieri di un tempo. Ma anche al tema dell’informazione, spesso così fuorviante che pare prendere in giro chi la ascolta, quasi che chi la fornisce avesse il cappello di un giullare. Siamo rimasti molto sorpresi che, dopo un anno di occupazione e con tutti i problemi che ci sono stati dalla chiusura del Valle, i nostri cappellini di carta fossero ancora integri. Era un segno, e da lì siamo partiti per il nostro progetto attuale.
D: Che effetto le fa esporre i suoi lavori di colla e carta, in uno dei palazzi-simbolo del quadrilatero della moda?
R: Questa mostra è una intelligentissima operazione politica. È magnifico che in un posto così istituzionale si sia trovato il coraggio di realizzare una mostra di arte contemporanea che vuole dare degli stimoli molto poco irreggimentati.
D: Lei è appena rientrata da Venezia. Felice della consacrazione?
R: Non credo sia stata una consacrazione il fatto che Vincenzo Trione, curatore del Padiglione Italia, mi abbia scelta insieme ad altri per rappresentare il mio Paese alla Biennale d’Arte 2015. Piuttosto, mi piacerebbe che il pubblico vedesse il lavoro del direttore della Biennale, Okwui Enwezor: spero sia utile a darci una scossa, perché il panorama artistico italiano si è un po’ spento e questa biennale testimonia il modo in cui gli altri, dall’estero, ci guardano. Un misto di rassegnazione e simpatia, ma non sento più vibrare l’energia che c’era al Valle.
IMG-20150506-WA0008D: L’arte contemporanea deve essere politica?
R: Posso parlare del mio lavoro, che spesso riflette sulla condizione lavorativa. Parto da una storia molto personale, l’ingresso in una vecchia casa di campagna dove vivevano mio padre e la sua famiglia di agricoltori. Ricordo che dentro un armadio a specchio trovai tante pannocchie di mais, di quelle ancora tutte intere come non se ne vedono più. Era l’oro dei contadini del tempo, tanto prezioso da essere custodito in casa.
D: Che cosa è successo poi?
R: Tutto è cambiato. Sono arrivati i fertilizzanti, la raccolta con le macchine anziché a mano, la semina di un nuovo mais ibrido con la promessa di un raccolto sempre maggiore. Sappiamo bene come è andata a finire: i campi sono andati in sovrapproduzione di mais, hanno eliminato la biodiversità e tante aziende agricole hanno dovuto chiudere. Solo oggi si è capito che il futuro sta nel guardare al passato.
D: La sua installazione in Biennale parla di questo?
R: La mia installazione in Biennale, dove ho ricostruito una casa e presentato la visione di queste pannocchie gialle come l’oro, parte da un dato biografico ma riflette su un cambiamento sociale. Parlo di biodiversità, dignità del lavoro, agricoltura rispettosa dell’ambiente: un vero artista oggi non può vivere fuori dal proprio mondo, ma è chiamato a dare il suo contributo. Dobbiamo mostrare la bellezza.

Del resto, come diceva anche il principe Miškin ne L’idiota di Dostoevskij, la bellezza salverà il mondo.

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