Letture

Se l'amore diventa stalking

di Enrico Matzeu
Sabrina Rondinelli esorcizza la traumatica esperienza personale in un romanzo. Ecco l'intervista.
Il contrario dell'amore di Sabrina Rondinelli, edito da Indiana Editore.

Il contrario dell’amore di Sabrina Rondinelli, edito da Indiana Editore.

Lo stalking è un reato. Molte donne ne sono vittime, spesso con esiti tragici. La scrittrice torinese Sabrina Rondinelli ha vissuto in prima persona una brutta esperienza in tal senso, finita in positivo, che le ha dato però la spinta per aiutare altre donne. Così ha usato il mezzo che più le se addice, la scrittura, confezionando un racconto forte, veloce e diretto, proprio come sembra essere lei.

UNO SPACCATO DELLA SOCIETÁ
Il contrario dell’amore (Indiana Editore, 267 pp., 17 euro) permette di immergersi nel problema e vivere, assieme alla protagonista, paure, angosce e desiderio di farcela. Eva è una shampista un po’ truzza, senza troppi strumenti per affrontare il mondo. É così incline al desiderio dell’amore a tutti i costi da finirne prigioniera. Nel libro, l’intreccio di personaggi rappresenta alla perfezione uno spaccato della nostra società, con una serie di ruoli che descrivono tutte le sfaccettature dell’essere donna.

SENSIBILIZZARE E RIFLETTERE
Il libro è uno strumento perfetto per affrontare un tema sempre molto chiacchierato, ma forse non approfondito abbastanza. Quello di Sabrina Rondinelli non è un esercizio letterario, ma un servizio alla società civile, spesso troppo distratta o poco informata sulla violenza sulle donne. LetteraDonna.it l’ha incontrata al Salone del Libro di Torino, in programma fino al 18 maggio a Lingotto Fiere, per fare due chiacchiere sul suo ultimo lavoro.

DOMANDA: Perché la scelta di scrivere un romanzo e non un saggio o un memoire come spesso accade per queste tematiche?
RISPOSTA
: Sono una scrittrice di narrativa, spesso per ragazzi, e il romanzo e il mio modo per raccontare. Ho vissuto in prima persona un’esperienza di stalking e volevo dare il mio contributo per aiutare gli altri. L’unico modo per farlo in modo efficace era scrivere un romanzo.
D: Perché non raccontare la sua storia personale?
R: Non sarebbe stato così avvincente. Attraverso il romanzo, infatti, ho potuto avvalermi dei miei strumenti di narratrice e  raccontare una storia verosimile e accattivante, che colpisce a livello emotivo e fa capire in modo immediato che cos’è lo stalking.
D: Eva, la protagonista, che donna è?
R:
Una tamarra suburbana, un’antieroina, una simpatica sciampista che ha fatto diversi errori nella sua vita, come del resto facciamo tutti, e che fatica a conciliare il ruolo di mamma con quello di donna, lavoratrice e sorella. È descritta a 360°, con tutte le sue insicurezze. Subisce una violenza che inizialmente neanche riconosce, ma poi prende coscienza di sé e consapevolezza di quello che le sta accadendo.
D: Quanto c’è di lei nella protagonista?
R: Anch’io in fondo ho un’anima tamarra come Eva: sono figlia di una famiglia modesta, vivo e insegno in un quartiere popolare. Ma a differenza di Eva ho incontrato persone che mi hanno stimolato, mi sono conquistata la cultura che ho giorno dopo giorno. Eva, invece, cerca con insistenza l’amore vero, ma non lo trova.
D: Cos’è per lei Eva?
R: Forse, è la parte più fragile di me, è quello che sarei diventata se non avessi avuto la fortuna di studiare. Riconosco in lei la debolezza di tutti quelli che non hanno gli strumenti per capire la fragilità del mondo e affrontarla.
D: C’è un passaggio nel libro, in cui Eva dice che deve salvarsi da sola, cosa scatta nella testa di una donna in quei momenti?
R: Non può salvarsi da sola e in fondo lo sa, perché poi chiede aiuto alle forze dell’ordine. Ha un grande senso di colpa: le sembra di essersi messa da sola nei guai. La voglia di reagire le scatta dopo. Inizialmente spera di tamponare la situazione, tenendo buono il suo molestatore. È un errore che fanno molte donne: la prima cosa da fare è evitare il contatto con lo stalker.
D: La protagonista ha un idea chiara degli uomini, come se l’è fatta?
R: Vivendo storie a metà, che non sono mai state di amore pieno. Non ha mai incontrato un uomo che la amasse veramente e si accontenta di tutto pur di sentire il calore di un’altra persona. Molte donne purtroppo non riescono a stare da sole, si sentono inadeguate e fanno fatica a collocarsi in un sistema di senso senza un uomo accanto. Se non sei la prima a volerti bene, poi sei disposta ad accontentarti di ogni cosa, anche di quelle più brutte.
D: Quali tipi di donne sono presenti nel suo romanzo?
R:
 C’è la sorella che rappresenta la donna perfetta, regolare, che viaggia su binari prestabiliti. Apparentemente sembra felice, ma in fondo non lo è del tutto. La collega di Eva, Katia, è la classica ragazza superficiale, alla ricerca dei quindici minuti di celebrità, che desidera andare a Uomini e Donne. Non è capace di aiutare Eva, è decisamente inadeguata.
D: Qualcuna ci riesce?
R: Una ragazza moldava, molto chiusa, la reietta del gruppo, che ha però le antenne ben alzate ed è la prima a capire cosa sta capitando alla protagonista. Il salone di bellezza, dove è ambientata per lo più la storia, è lo scenario perfetto per raccontare donne così diverse l’una dall’altra.
D: Il racconto è costellato dalla paura di Eva e dalla rabbia di chi legge, come si intersecano questi due sentimenti?
R: Con la tecnica narrativa dei due punti di vista. Racconto alcune parti in prima persona, ovvero il punto di vista di Eva, quindi il lettore è affianco a lei mentre affronta il suo problema e ha una visione diretta di ciò che accade. Poi c’è la voce narrante in terza persona, che guarda le cose dall’alto e permette al lettore di staccarsi da Eva e suscitare in lui la voglia di reagire. Ho appurato che questo senso di rabbia scatta soprattutto nei lettori maschi.
D: Lo stile del racconto è diretto e immediato, come nasce?
R: Non amo infiorettare tropo la prosa, vado dritta al nocciolo della questione. Arrivo dalla scuola Holden e forse questo stile l’ho appreso lì. Élo stile che mi appartiene di più, perché voglio essere una scrittrice popolare, una scrittrice di tutti.
D: Quando si percepisce che il confine dell’amore è stato superato da altro?
R: C’è un momento preciso, ma per ognuna è diverso. Spesso accade quando l’altra persona comincia a spaventarti. Hai paura di quello che ha nella testa l’altro. Quando cominci a sentire un grande malessere dentro di te, quello è un allarme da non ignorare. Il confine è sempre labile. Lo stalker continua a dirti che ti ama, ma se uno ti fa del male non ti ama.
D: Come si sopravvive allo stalking?
R:
Facendosi coraggio. Se lo stalker annusa che hai paura, nutre la sua violenza con la tua paura. Bisogna cercare di tirar fuori la parte forte e combattiva di sé. Ma soprattutto si sopravvive chiedendo aiuto, cercando di non isolarsi e rendendo gli altri partecipi il più possibile. Farti fare cerchio intorno. In fondo lo stalker è un cacciatore, quindi sopravvivi se non ti isoli, se rimani nel branco. Poi bisogna volersi molto bene, non farsi prendere dai sensi di colpa e agire con determinazione. Da un’esperienza così si esce anche più forti.
D: C’è secondo lei abbastanza informazione su questo reato in Italia?
R: Dal 2009 c’è anche una legge, prima nessuno la tutelava. La procedura comincia con un’ammonizione dello stalker, che di solito stoppa le dinamiche di persecuzione. Spesso però si nomina la donna solo come vittima, una volta uccisa, senza dare importanza alla trasmissione di quei comportamenti che potrebbero evitare le violenze. È necessario fare un’ opera di sensibilizzazione che riguardi tutti.

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