Dai social

La gonna corta? Non vuol dire sì

#ThisDoesn'tMeanYes è la campagna social anti stupro che invita a riflettere sul fatto che niente autorizza un uomo a abusare di una donna.

eccf2caf-c3ee-46c9-ba37-a510a42ab9f5#ThisDoesntMeanYes è l’hashtag utilizzato per lanciare una nuova campagna anti strupro promossa dall’associazione londinese Crisis Rape. Letteralmente significa «non vuol dire sì». E invita le donne a fotografarsi e riflettere sul fatto che non importa quello che si indossa, come si balli o che cosa si beva, perché niente di tutto questo autorizza un uomo a abusare di una donna. «Una gonna corta non è un sì. Le labbra rosse non sono un sì. Un occhiolino non è un sì. Un ballo lento non è un sì. Tornare a casa a piedi non è un sì. Un drink non è un sì. Un bacio sul divano non è un sì. L’unico ‘sì’ è quando si dice ‘sì’». Insomma non ci sono scuse. Nonostante tutto la tendenza a incolpare la vittima dello stupro rimane scandalosamente diffusa. Perchè secondo uno dei «miti» più frequenti, sono le donne a «chiedere» all’uomo di violentarle, scegliendo di indossare vestiti scollati e gonne corte.

I DATI
Secondo un’indagine condotta a febbraio il 20% delle vittime crede di essere in parte responsabile delle violenze, se ubriaca, e che, sorprendentemente, sono le generazioni più giovani, i ragazzi tra i 16 e i 19 anni, nel 33% dei casi, a incolpare più spesso le donne per le aggressioni che subiscono. Il 6% di loro crede che la vittima sia completamente e principalmente responsabile, se ubriaca. Per 20 su 100, è «un po’ responsabile». Tra quelli di età compresa tra 25 ei 44, circa il 23% ritiene che una persona che ha bevuto sia almeno in parte responsabile.

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Publicato in: Attualità, Top news Argomenti: Data: 21-04-2015 04:17 PM


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