L'intervista

«Non scambiatemi per l'assistente»

di Antonella Scutiero
A tu per tu con Giorgia Farina, 30enne regista del film Ho ucciso Napoleone con Micaela Ramazzotti.
Giorgia Farina.

Giorgia Farina.

In Amiche da morire aveva raccontato le vicende di tre donne alle prese con un omicidio. In Ho ucciso Napoleone, in questi giorni nelle sale, ha affrontato il tema della vendetta al femminile. A Giorgia Farina, regista trentenne, cresciuta a Roma, studi alla Westminster University a Londra, master in Film alla Columbia University, una candidatura ai David di Donatello come regista esordiente nel 2013, piacciono i personaggi forti, definiti. «Credo che nella scrittura si veda molto di me: ho una personalità forte, e mi piace raccontare donne diverse da quelle che si vedono normalmente sullo schermo», ha raccontato a Letteradonna.it.

DOMANDA: Lei si è formata all’estero, prima a Londra, poi a New York. Perché tornare indietro?
RISPOSTA: Sono tornata in Italia perché credo che ci siano molte storie che potevano essere raccontate oggi in questo Paese. Amiche da morire, per esempio, poteva esserci solo in Italia. Detto questo, il mio sguardo è sempre volto al cinema straniero, sopratutto americano, e sto pensando di buttarmi in una coproduzione perché lì il business è davvero importante, e ci sono opportunità stimolanti.
D: Quali sono i suoi modelli, le sue aspirazioni?
R: Trovo affascinante la new wave, le commedie di Reitman, per esempio, che fanno del riso amaro un punto importante. Young adults con Charlize Theron ne è un esempio, adoro la commedia dove si piange anche, dove si può esplorare la psiche del personaggio. Poi sono pazza di Alex De le Iglesia. E Spielberg, sicuramente, mi affascina il cinema inteso come gioco. Ma in America si può essere liberi, Paul Thomas Anderson per esempio fa film che possono piacere e non piacere, ma sicuramente sono interessanti.
D: Quanto è difficile per una giovane donna affermarsi come regista?
R: Quando arrivo nei posti pensano tutti che sono l’assistente di qualcuno, nessuno immagina mai che sia io la regista. Poi, quando lo scoprono, mi dicono: ‘Ma quanto sei giovane’. Questo è un problema italiano, se andassi all’estero starei nella media, e sicuramente non sarei vista così, quasi con sospetto.
D: Più difficile avere a che fare con gli uomini o con le donne?
R: Quando si inizia a lavorare è più facile che siano gli uomini a riconoscere il merito: apprezzano di più una ragazza che si dà da fare, che è determinata. Ma in ogni caso per essere riconosciuti si lavora il doppio.
D: Qual è la cosa che le ha dato più fastidio?
R: Se un film lo fa una donna, è per forza un film al femminile. Ma perché, un regista maschio fa un film al maschile? È un gender gap assurdo.
D: A proposito di gender gap, tu una volta hai detto che «non ci sono commedie di donne. C’è sempre un capocomico maschile». È un po’ il discorso lanciato da Patricia Arquette agli Oscar, e poi da altre colleghe?
R: Esatto. Ed è proprio questo che mi ha ispirato il personaggio di Anita (interpretata da Micaela Ramazzotti, ndr) in Ho ucciso Napoleone.

Micaela Ramazzotti e Giorgia Farina.

Micaela Ramazzotti e Giorgia Farina.

D: In che senso?
R:  È un personaggio molto forte, algida, fredda, pronta a tutto, e dietro c’è una grande fragilità anche quella di non essere riconosciuta nel mondo del lavoro. Il cinema ha sempre una visione ‘patriarcale’ del ruolo della donna.
D: Che ruolo le assegna?
R:  Le attrici sono sempre una spalla dell’uomo, è un po’ come la storia dell’eroe: è sempre l’eroe che salva l’eroina, non il contrario. I personaggi femminili poi sono di due tipi, o la donna fortemente virtuosa, o la vittima che deve essere salvata da un uomo.
D: La sua Anita è l’opposto.
R: Anita è un personaggio assolutamente scandaloso, piena di vizi, e il film parla del suo fallimento perché lei è vittima di se stessa. Ma alla fine ce la fa da sola, anche se ha due controparti maschili, Adriano Giannini e Libero di Rienzo.
D: Un personaggio abbastanza rivoluzionario nel panorama italiano.
R: Sì, è un idea poco vista: la donna non è per forza virtuosa. E sì, può fallire ma può andare avanti con le sue forze.
D: I suoi personaggi sono sempre molto duri, marcati, e si muovono in atmosfere noir.
R: Credo che nella commedia si possa esprimere la propria personalità. Si vede molto di me nei personaggi che scrivo, io ho una personalità forte e mi piacciono i personaggi forti, duri. Ho una passione per gli antieroi: ultimamente vanno di moda, pensiamo ad House of Cards, sembra che i personaggi negativi ci aiutino ad affrontare il quotidiano in cui invece siamo estremamente fragili.
D: Come ha deciso di fare questo mestiere?
R: Ho deciso di fare la regista a dieci anni, dopo aver visto Psyco, e poi l’ho rifatto con la telecamerina, usando il mio cane come attore. Mi piace la psicologia, i cambi di scena.
D: Tu hai lavorato con tanti attori affermati, com’è stato?
R: Lavorare con dei protagonisti femminili mi ha aiutato molto, si crea una sorellanza sul set. E loro hanno accettato di lavorare con un’esordiente perché ho proposto qualcosa di nuovo: quando capita a una donna di fare la cattiva, di sparare? La Capotondi mi disse: ‘È la prima volta che mi danno una pistola in mano’. Amiche da morire non si poteva fare senza quei grandi nomi. E lo stesso per vale per gli attori: invece di far fare il sex symbol, ho dato loro dei personaggi fragili, oscuri.
D: Degli uomini italiani ha parlato anche in un film tv.
R: Sì, era Bello di mamma, io in quel periodo vivevo negli States e tutti mi prendevano in giro  con la storia dell’italiano mammone. Allora ho deciso di raccontare quattro quarantenni a casa con mamma, c’è lo spogliarellista, il manager, la drag queen: volevo andare a indagare cos’è la mascolinità in Italia.
D: Idee per il futuro?
R: Sto scrivendo una cosa buttando l’occhio all’estero. Leggo molto, prendo appunti, spero di trovare una storia. Come direbbe un collega ben più affermato di me: ‘Vedo gente, faccio cose’, per tenermi sul pezzo.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , Data: 02-04-2015 04:10 PM


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